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Il viceregno spagnolo

Don Pedro de Toledo nel 1532 arrivò a Napoli e trovò una città sovrappopolata , senza fognature, con strade mal lastricate e piene di supportici .

Don Pedro de Toledo

Don Pedro de Toledo

Il Re cercò di arginare questa situazione con numerosi interventi;

emanò un bando con la minaccia di pene pecuniarie per eliminare le pennate e i banchi.

Nel 1534 iniziò l’ammattonamento delle strade.

Si procedeva nel frattempo al restauro e alla costruzione di nuovi edifici.

Dato il continuo aumento della popolazione la città si estese oltre la cinta muraria espandendosi nei borghi di; Loreto, S.Antonio Abate, dei Vergini e di Chiaia.

La presenza di paludi ad oriente avevano fatto sì che si preferisse la zona occidentale per lo sviluppo della città – nonostante le difficoltà orografiche-

La strada di Toledo era tangente al vecchio nucleo della città, e sul lato occidentale vi erano i quartieri Spagnoli , verso il mare iniziava la costruzione del palazzo vicereale.

Il piano di Don Pedro de Toledo fu il primo ed unico grande episodio di intervento urbanistico della città.

La necessità nacque dal costante aumento della popolazione napoletana che da 155.000 abitanti nel 1528 arrivò, nel 1547 a 212.000 unità.

Dopo questo ampliamento il Re cercò con leggi restrittive di impedire l’espansione oltre la cinta muraria .

Tra il XV e XVI secolo numerose furono le prammatiche che proibivano l’espansione nei borghi e lungo la collina di S.Martino.

Questa politica urbanistica era giustificata dall’impedire la migrazione dalle campagne verso il centro della città (lo spopolamento delle campagne metteva in pericolo l’economia agricola), e dalla necessità di difendere la città lasciando un’ampia area libera da abitazioni sia all’interno che all’esterno delle mura.

Questa politica ebbe conseguenze estremamente negative.

Nei quartieri Spagnoli ed in quasi tutti quelli centrali della città ,sovrastrutture alterarono le fabbriche già esistenti, aumentandone le altezze ed occupando spazi interni precedentemente lasciati verdi.

La situazione già deficitaria veniva aggravata dallo squilibrio tra edilizia civile e edilizia religiosa.

Squilibrio che aumentò dopo la controriforma quando a Napoli giunsero nuovi ordini per arginare lo sviluppo delle tendenze luterane e calviniste.

In osservanza alle nuove disposizioni si procedette all’abbattimento delle vecchie fabbriche monastiche bizantine e romaniche, a favore dei nuovi organismi conventuali architettonicamente assai simili tra loro.

Intanto la popolazione aumentò a ritmo costante, nel 1614 si contavano 327.961 abitanti che alla metà del 600 divennero , 425.000. Dopo la peste del 1656 la popolazione calò drasticamente arrivando a 140.000 abitanti.

Neanche in seguito alla peste furono presi provvedimenti per un miglioramento urbano, segno che le condizioni del popolo napoletano erano indifferenti alle autorità spagnole.

Nei primi anni del 600 di portava a conoscenza Filippo III della situazione in cui era Napoli e della volontà dei napoletani di abbandonare la città in cerca di un posto che gli desse una casa, qualora il Re non si decidesse ad intervenire.

Invece di approfondire le cause di tali richieste , il re agì per interesse, per evitare che i contadini lasciassero le proprie terre e di conseguenza non pagando le tasse, iniziò ad elargire permessi edilizi.

Chi aveva costruito con licenza regolare non sarebbe stato multato, chi aveva trasgredito al precedente divieto, doveva pagare il 5% del valore della fabbrica.

Per avere la licenza edilizia bisognava invece pagare una tassa del 10% sul valore del fabbricato.

Così facendo Filippo III cercò di avere un maggiore controllo sulle costruzioni , ma l’aumento demografico e il bisogno di abitazioni erano più forti di qualsiasi limitazione.

Il carattere illegale porto ad un edilizia sciatta nei borghi, mentre nelle mura , le case raggiungevano altezze impressionanti, configurando la struttura urbana che rimarrà invariata fino al XIX secolo.

Il viceré autorizzava la costruzione di abitazioni solo dopo pagamento delle tasse , privando la possibilità di costruzione alle classi meno agiate, ed ordinò la più totale repressione, nonostante i cittadini continuassero a costruire abitazioni illegalmente.

Con Filippo III aumenta lo squilibrio tra edilizia civile ed edilizia monastica , poiché le licenze edilizie erano concesse con estrema facilità ai monasteri , in quanto il potere regio aveva bisogno del sostegno economico e morale delle comunità conventuali per consolidare la propria autorità.

La plebe risultò ancor più colpita da questo modo di fare , in quanto il denaro accumulato dai preti non solo non veniva utilizzato in investimenti produttivi , ma era in gran parte inviato allo stato pontificio.

Nei primi anni del 700 furono analizzati i fattori che avevano influito negativamente sulla città durante l’età spagnola, ed emersero fattori del tutto nuovi come; apatia del governo , corruzione dei magistrati, accanimento del fisco nei confronti della parte povera della popolazione.

Il risultato della guerra di successione spagnola , determinò la fine del viceregno , risolvendo in parte le annose vicende.

il 7 luglio 1707 il conte Duan entrò in città a comando delle armate imperiali e fu nominato primo viceré Austriaco.

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La Dominazione Austriaca

La dominazione austriaca a Napoli inizia nel 1707 con Carlo III d’Austria.

Il mancato riconoscimento del Papa di Carlo III peggiorò le relazioni tra Vienna e Roma, determinando una posizione anticlericale del governo che emanò una serie di provvedimenti determinanti per la soluzione del problema edilizio.

Nel 1708 il re emanò tre editti che ordinavano i sequestri delle rendite di pertinenza dei prelati residenti all’estero, la proibizione di trasferire denaro nello stato pontificio e di concedere l’exequatur ai documenti pontifici.

Nella società napoletana si radicava sempre più l’anticlericalismo che preparò il terreno per le leggi che in seguito vieteranno la costruzione di chiese e monasteri.

intanto i napoletani presentavano memoriali alle autorità affinché si risolvesse la questione della disparità edilizia – tra edilizia civile e edilizia ecclesiastica –

Il problema era di duplice natura , si voleva porre un freno alla costruzione di chiese e monasteri, ma allo stesso tempo si pretendeva che le strutture religiose pagassero le tasse.

nel 1712 fu presentato dagli ambasciatori napoletani un memoriale dove si faceva presente la pessima condizione in cui erano le università del regno di Napoli, e si attribuivano le cause agli eccessivi acquisti da parte del clero che aveva l’immunità dal pagamento dei tributi per il mantenimento delle fabbriche.

Il governo austriaco nonostante le speranze iniziali, mostrò una politica moderatrice, e in parte collaborazionista con clero e nobili.

Solo nel 1717-1718 Carlo VI concesse la possibilità di costruire liberamente nella capitale, emanando un bando che regolamentasse l’edilizia.

Questa decisione però non ebbe sullo sviluppo di Napoli i risultati sperati, permise la regolarizzazione di fabbriche costruite in precedenza in zone vietate, e incentivò l’edificazione lungo i borghi.

Non vi fu nessun intervento delle autorità che regolamentasse le costruzioni secondo uno schema più ampio, ma fu lasciato tutto al caso e agli interessi del singolo.

I borghi seppur appendici della città , con palazzi nobiliari e chiese , erano privi di qualsiasi attrezzatura e continuarono a gravare sulla capitale.

nel trentennio del viceregno austriaco sono solo due gli interventi urbanistici degni di nota ; – il rinnovamento della strada della Marinella lungo il mare con l’inizio del castello del Carmine, e nel 1732 una strada parallela alla prima che attraversava il borgo Loreto.-

castello del carmine

castello del carmine

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