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Galleria Umberto I

Nel clima di rinnovamento generatosi nel post colera e sulla spinta della situazione edilizia, una commissione esaminava la possibilità di immediata realizzazione di progetti per la bonifica di aree, come il rione S.Brigida, nelle immediate vicinanze del palazzo reale .

Gli edifici avevano un aspetto dignitoso, ma non si poteva dire lo stesso per gli interni,

nei vicoli che attraversavano il centro si elevavano edifici fatiscenti dell’altezza di sei piani.

Vi erano anche fabbriche di particolare interesse architettonico come la chiesa di S.Brigida e quella di S.Ferdinando.

Nei quattro progetti vagliati dalle amministrazioni per il risanamento, fu comune la necessità di migliorare la visuale del teatro S.Carlo.

L’ing. Alfredo Cottrau in nome della moralità e dell’igiene , propose di ristrutturare l’intera zona, il progetto prevedeva l’abbattimento della chiesa di S.Ferdinando che secondo l’ing. rappresentava un ostacolo all’espansione del teatro.

La proposta suscitò numerose critiche e fallì.

l’ing. Emanuele Rocco presentò un progetto che prevedeva la costruzione di quattro grandi edifici disimpegnati da una grande galleria in ferro e vetro di 1076 mq.

I quattro bracci di diversa lunghezza , intersecandosi, davano luogo ad una crociera ottagonale coperta da ampia cupola, si conservano gli edifici più importanti e all’altezza del S.Carlo un porticato ad esedra che avrebbe creato uno slargo davanti al tetro dandogli una maggiore visibilità.

Nella fase esecutiva furono apportate diverse modifiche , i lavori procedettero in maniera celere e nel 1892 il sindaco Nicola Amore inaugurò la galleria Umberto I , e per l’occasione si tenne un’esposizione di prodotti artistici , artigianali e industriali.

La velocità di realizzazione è da mettere in relazione alle grandi possibilità di guadagno a cui si prestava l’area essendo un’importante zona commerciale.

Inoltre motivi di prestigio e decoro spinsero le autorità cittadine alla realizzazione in tempi record come prova della propria abilità amministrativa.

La galleria divenne simbolo della classe borghese contrapponendosi al panorama urbano circostante che viveva una forte emergenza architettonica.

Per molto tempo la galleria fu centro vivo della vita culturale e commerciale cittadina assolvendo alla funzione a cui era stata destinata.

Galleria Umberto I

Galleria Umberto I

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Urbanistica, Industria, della Napoli post unitaria

Napoli dopo l’unità d’Italia subì una profonda crisi, perdendo parte dell’identità della città che fino a pochi anni prima era stata capitale.

Con la perdita del ruolo di capitale , Napoli faticò a trovare una stabilità politica, e furono frequenti i commissariamenti .

Negli anni 70-80 Napoli divenne un caso nazionale grazie al diffondersi dell’epidemia di colera.

Nonostante Napoli avesse un porto con un grande commercio,  fosse un importante centro universitario, avesse prestigiosi monasteri, e la presenza di una nobiltà e borghesia colta, non riuscì  a fungere da motore per il mezzogiorno .

Il tessuto produttivo era minimo, gli insediamenti industriali erano concentrati nella zona orientale della città. Fu scelta la zona orientale perché vicina alla ferrovia (dove in seguito furono costruite  piazza Garibaldi, Via Foria e Piazza Carlo Terzo ) , perché trovandosi fuori dalle mura non bisognava pagar alcun dazio, e il suolo pianeggiante era particolarmente favorevole all’edificazione di capannoni e fabbriche. Grazie a questi fattori favorevoli ci fu un proliferare di concerie di pellami ( rinomate per la produzione di guanti, spesso lavorati a cottimo in maniera domiciliare) ,via date soprattutto  dalla presenza dell’esercito e dal regime di forte protezionismo.

I capitali investiti e gli imprenditori erano quasi tutti esteri – es Armstrong a Pozzuoli industria britannica che costruiva armi per forze armate di tutto il mondo – perché vedevano in Napoli una grande fonte di guadagno, data la mancanza di concorrenza.

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Gli imprenditori locali era possibile trovarli a capo di concerie o nel settore della trasformazione dei prodotti alimentari ( pastifici) o sartorie.

Tra il 600 e il 799 A Napoli troviamo una classe intellettuale di altissimo livello che partecipa attivamente alla vita politica del regno elaborando soluzioni ai problemi  politici e civili .

Dopo l‘unità d’Italia gli  intellettuali napoletani passano in secondo piano risentendo della vicinanza di Roma. (nonostante la presenza di personalità di spicco come De Sanctis e Croce)

A gravare ulteriormente sulla Napoli post unitaria fu la crisi urbanistica e demografica che impedì alla città di spiccare il volo e di trasformarsi in città moderna.

I progetti che vengono discussi nel primo quindicennio dopo l’unità sono progetti del periodo Borbonico (dato l’avvicendarsi di commissariamenti)

–          L’apertura di una strada da sud a nord , che passasse per il centro della città nei pressi del duomo     –    Via Duomo

–          La creazione del Corso Maria Teresa, in seguito  Corso Vittorio Emanuele  che fu iniziato in epoca Borbonica e terminato dopo l’unità!

Nell’ultima fase Borbonica  si pensò alla creazione assi viarie che rendessero possibile la circolazione da nord a sud con sopraelevate che rendessero facile l’attraversamento.

Il Corso Vittorio Emanuele e Via Duomo nascono proprio per soddisfare questa necessità.

–          La costruzione di un acquedotto con il convogliamento delle acque del Serino ( i lavori iniziarono successivamente all’unità d’Italia e proseguirono fino al risanamento ) in sostituzione delle vasche di raccolta e dei pozzi .

–          Costruzione di una strada litoranea ,  (S.Lucia – Mergellina e posillipo.)

Prima della costruzione delle già citate strade, vi era una zona costiera a strapiombo sul mare , il suolo fu trasformato in strada e reso percorribile.

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Si formò la Riviera di Chiaia , strada di rappresentanza che identificava il quartiere nobiliare.

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Leopardi a Napoli

Il soggiorno di Giacomo Leopardi a Napoli durò dal 1833 al 1837, motivato non solo dalle esigenze di salute ma anche dalla sua grande amicizia con Antonio Ranieri.

Leopardi già nel 1827-1828  a Firenze aveva assaporato il piacere della “conversazione napoletana” grazie alla frequentazione con artisti partenopei.

A Firenze , Alessandro Poerio presentò, Antonio Ranieri a Leopardi.

Tra i due nacque una grande amicizia che nel 1830 li portò a trascorrere cinque mesi insieme a Roma.

Nel 1832 Ranieri tornò a Napoli ,sua città natale  e tra i due cominciò una fitta corrispondenza.

Il 2 ottobre 1883 Leopardi raggiunse Ranieri a Napoli sperando che il clima mite della città gli giovasse alla salute. I due alloggiarono in via S. Mattia n° 88 al secondo piano di Palazzo Berio nei pressi di piazza S. Ferdinando.

Nei giorni successivi all’arrivo, Leopardi scrisse una breve lettera al padre : “…giunsi qui felicemente cioè senza danno e senza disgrazia. La mia salute del resto non è gran cosa e gli occhi sono sempre del medesimo stato. Pure la dolcezza del clima, le bellezze della città e l’indole amabile e benevola degli abitanti mi riescono assai piacevoli”.  entusiasmo che ben presto finì, a causa dei rapporti non idilliaci con gli intellettuali partenopei, che non perdevano occasione per deriderlo e chiamarlo “o’ranavuottolo” – Il ranocchio- ogni qual volta lo vedevano seduto al tavolino del bar “Due Sicilie” di cui Leopardi era assiduo frequentatore.

Dopo  due mesi, Leopardi e  Ranieri si trasferirono  in Via Santa Maria Ogni Bene n. 35 nel quartiere Vomero, dove si poteva respirare “la migliore aria di Napoli”.  Alla vigilia del trasloco vi fu il sequestro delle “Operette Morali”.

Durante gli anni trascorsi a Napoli , Leopardi si dedicò alla stesura dei “Pensieri”, di lì a poco le condizioni di salute del poeta peggiorarono e,quando a Napoli scoppiò l’epidemia di colera,  Leopardi si recò con Ranieri nella Villa Ferrigni a Torre del Greco, dove rimase dall’estate di quell’anno al febbraio del 1837.

Durante il soggiorno vesuviano Leopardi si dedicò all’opera “La Ginestra o fiore de deserto”, una delle liriche più famose, in cui esprime l’attaccamento alla vita e giudica la natura tiranna.

Nel  1837 ritornò a Napoli con il Ranieri, ma le sue condizioni peggiorarono  ed il 14 giugno di quell’anno morì improvvisamente, dopo essersi sentito male al termine di un pranzo.

Secondo la testimonianza di Antonio Ranieri, Leopardi morì alle ore 21 fra le sue braccia e le s ultime parole furono “Addio, Totonno, non veggo più luce”.

Successivamente Ranieri pubblicò un necrologio sul giornale “Il progresso”.

Leopardi morì  all’età di 39 anni, in un periodo in cui il colera stava colpendo la città di Napoli.

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Grazie ad Antonio Ranieri, che fece interessare della questione il ministro di Polizia, le spoglie di Leopardi , non furono gettate in una fossa comune, come le severe norme igieniche richiedevano a causa del colera, ma inumate nell’atrio della chiesa di San Vitale, presso Fuorigrotta.

Nel 1939 le spoglie furono spostate nel Parco Vergiliano a Piedigrotta – detto Parco della tomba di Virgilio-nel quartiere Mergellina, e il luogo fu dichiarato monumento nazionale.

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Napoli – gli ultimi decenni da capitale –

L’immagine di Napoli durante la seconda restaurazione Borbonica risulta senza dubbio deludente.

Ferdinando tentò di adottare una politica conciliare con la borghesia, assecondando l’ascesa politica e sociale, con l’intento di mettere fine al forte isolamento nel quale era caduta la dinastia dei Borboni.

Ciò non avvenne ed in breve tempo scoppiarono i primi moti, che ebbero come protagonisti inizialmente la provincia e successivamente il centro della città.

Il breve regno di Ferdinando I impostato sulla neutralità non riuscì a risolvere i problemi di degrado ambientale che affliggevano la Napoli antica.

Un quadro della Napoli addormentata dalla restaurazione è data da Stendhal che con la sua opera “Roma Napoli Firenze” racconta le condizioni in cui giaceva Napoli. E che esprime al meglio il fascino che ebbe Napoli  sull’autore.

Ferdinando II salì al trono appena ventenne nel 1830, cercò di discutere i rapporti con i politici e gli intellettuali, che trovarono un discreto sostegno in quella crescita culturale.

Napoli divenne un discreto centro di vita sociale con la comparsa di numerosi teatri.

Ci fu il ritorno degli esuli , scappati dalla repressione Borbonica , tra cui Antonio Ranieri che con la sua opera “stato delle lettere a Napoli in Sicilia” descrive la vita politica e culturale della capitale (1883)

Fiorirono numerose riviste che si ponevano come obbiettivo l’educazione della popolazione all’amore per la patria. L’editoriale che ebbe maggiore successo fu “il progresso” di Giuseppe Ricciardi.

G.Ricciardi   riteneva il progresso alla base dello storicismo , che innesca il fenomeno che ci porta ad affermare che oggi è meglio di ieri.

Numerose furono le critiche mosse da Leopardi che sosteneva che il progresso non potesse giovare all’uomo in quanto questo cerca solo la felicità.

Vi è inoltre la produzione memorialistica di protagonisti del risorgimento, testimoni che patirono nelle galere borboniche tra cui Guglielmo Pepe, che nella sua opera “memorie”-1848- accusa la forte repressione Borbonica.

Luigi Settembrini , con la sua opera  “ricordanze della mia vita” -1879-  di carattere autobiografico , descrive come la repressione borbonica colpisse gli intellettuali , e dell’associazione fatta dai Borboni insegnare=cospirare, in quanto i reali avevano intuito la pericolosità dell’attività degli intellettuali.

Nonostante segnali di ripresa culturale e rinnovamenti di opere pubbliche, la disoccupazione e il sovrappopolamento gravarono sul regno .

Tra il 1836-1837 ci fu una grande crisi di colera.

Nel 1859-60 salì al trono francesco II , anno della spedizione dei mille e dell’arrivo di Garibaldi nel Regno delle due Sicilie con l’intento di conquistarlo in nome di Vittorio Emanuele.

Con l’annessione al regno Sabaudo e Vittorio Emanuele Re la città voltò pagina.

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