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L’Urbanistica di Ferdinando II

Con Ferdinando II di Borbone -1830/1859- si ebbe sviluppo urbanistico di Napoli.

Il Re stilò un programma teso ad integrare il nucleo antico con nuove zone di espansione all’esterno delle mura, caratterizzato da una serie di collegamenti viari , indispensabili per la realizzazione di nuovi quartieri.

Le zone di principale espansione furono ad oriente, luogo paludoso destinato all’espansione industriale e alle abitazioni operaie.

Ad occidente , zona ambita per le bellezze paesaggistiche, le residenze aristocratiche e borghesi.

L’esigenza di ristrutturare Napoli coincise con gli ideali di abbellimento e decoro avviati nelle principali capitali europee.

A partire dal 1840 si ebbe la risistemazione di via Foria , il rifacimento di via Toledo, e la creazione di via Duomo.

Si concretizzò la struttura viaria intorno all’antico centro della capitale.

Oltre alle opere già citate si ebbe la pavimentazione dell’Arenaccia che determinava un rapido collegamento con la costa, inoltre collegava tramite un asse viario est-ovest via Poggioreale con via Marina.

Nel 1853 Ferdinando II di Borbone decise la costruzione di una nuova strada che doveva collegare la zona occidentale con quella orientale della città, circuendo la cresta del colle di S.Martino fino a raggiungere Chiaia.

Corso Maria Teresa / Vittorio Emanuele

Corso Maria Teresa / Vittorio Emanuele

Il percorso piuttosto articolato fu suddiviso il tre parti e realizzato in tempi diversi.

Da Mergellina a Suor Orsola completato intorno al 1860 , da Suor Orsola fino a piazza Mazzini , -1873- ed infine il terzo tronco mai realizzato che doveva portare fino a Capodimonte.

Nel 1853 si inaugura il percorso, offrendo ai cittadini il più bel loggiato del mondo, una strada di cui si ammirava l’eccezionale aspetto panoramico.

Per l’apertura della strada realizzata con opere temporanee,in meno di due mesi erano stati impiegati 1000 operai e costruiti sei ponti in legno per superare i dislivelli.

L’aspetto della tutela paesistica si rivelò particolarmente interessante .

Lungo il corso Maria Teresa era vietato innalzare edifici, muri e costruzioni che impedivano la veduta della capitale.

Per la definitiva sistemazione della strada bisognò aspettare diversi anni, Il percorso fu modificato più volte, per necessità tecniche di costruzione.

Grande importanza doveva assumerlo slargo dinanzi la chiesa di  Piedigrotta che costituiva i luogo più rappresentativo della nuova strada.

I tecnici decisero di creare una grande piazza dinanzi la chiesa.

Contestualmente alla sistemazione della piazza si pensa alla pavimentazione della rampe di S.Antonio a Posillipo e il percorso fu reso più agevole dall’aggiunta di numerosi tornanti che portavano al convento di S.Antonio.

In seguito alla costruzione della prima ferrovia italiana che collegava Napoli-Portici Ferdinando II decise di inserire una nuova strada che collegasse la Marinella con porta Capuana.

L’idea di questo corso è in sintonia con i temi urbanistici ottocentschi europei legati alla costruzione di ferrovie e all’acquisizione di nuovi suoli per l’edilizia borghese a ridosso di fossati e mura antiche che non avevano più senso di esistere.

Così viene approvato un progetto successivamente modificato dal sovrano stesso, che prevedeva un tracciato regolare con una spesa contenuta, e la possibilità di sfruttare ampie aree per la costruzione di edifici.

Sulla base di queste indicazioni iniziarono i lavori di via dei Fossi che terminarono dopo il 1860.

Alcuni punti furono eliminati in corso d’opera come:

– piazza semi-ellittica all’angolo con via Marina.

– costruzione della chiesa del Buon Consiglio a Porta-Capuana.

Fu portata a termine la costruzione della chiesa dei santi Cosma e Damiano, il cui progetto fu rivisto più volta a causa degli ingenti costi di costruzione,

invece di avere una pianta a croce latina con tre navate e decorazioni neoclassiche , fu realizzata una chiesa con pianta longitudinale a navata unica , e con un abside semicircolare di dimensioni minori rispetto a quelle del progetto iniziale.

La nuova chiesa dei santi Cosma e Damiano fu aperta al pubblico nel 1851, e fu rimodificata nel corso del 900.

via Toledo:

Nel 1848 si ebbe la sistemazione di via Toledo con la rettifica della strada.

il lungo tratto viene suddiviso in 4 parti. I lavori in una prima fase procedettero celermente, in seguito subirono una serie di interruzioni a causa di problemi tecnici e imprevisti.

il completamento definitivo si avrà intorno al 1860.

Si studiarono diverse soluzioni per rendere via Toledo il più lineare possibile, creando slarghi lungo il percorso.

In un primo momento per esplicito volere del sovrano si prolungò l’asse viaria fino al museo nazionale.

Nel 1858 fu fatto il largo della carità : una piazza con un monumento a S.Gaetano .

Largo Carità

Largo Carità

La peculiarità della piazza ed in seguito di tutta via Toledo era l’illuminazione, per il quale erano stati acquistati all’estero globi di cristallo .

I progettisti affrontarono dal primo momento il problema della rettificazione, la strada con una sezione non regolare, provocava difficoltà di transito alle carrozze,e presentava ancora in alcuni tratti i resti della murazione aragonese.

Importante è la soluzione dell’incanalamento e scarico delle acque realizzando numerosi corsi secondari che scaricavano nella cloaca di mezzo , costruita nel viceregno spagnolo.

Questo accorgimento permise il deflusso delle acque sino al largo di palazzo con passaggio sotto la chiesa di S.Francesco di Paola e uno sbocco in mare nei pressi di Piazza Vittoria

Oltre al problema fognario venne risolto il problema dell’approvvigionamento idrico con la costruzione di canali che portavano in zona l’acqua del Carmignano.

Per la manutenzione degli edifici lungo la strada vennero adottati i Precetti d’Arte e redatte nel 1851 le norme per l’abbellimento della strada di Toledo.

Tra queste norme è interessante quella che riguarda le insegne dei negozi: “le mostre delle botteghe di ciascun edificio, quanto alla forma al colore ed alle scritte dovranno essere uguali o simli tra loro”.

via Duomo:

nel 1839 si ebbe la redazione del progetto di una nuova strada che passando dall’antico nucleo cittadino collegasse la zona nord con la parte meridionale della città.

Il nuovo percorso presentava una serie di piazze in corrispondenza dei decumani e delle estreme strade principali, secondo una logica tipicamente ottocentesca.

Si ebbe l’allargamento di una serie di strade strette che da settentrione fino alla marina attraversavano in sequenza il nucleo antico della città.

La costruzione della strada che doveva condurre al duomo sarà approvata dal re, il quale ordinò l’ampliamento dalla parte posteriore della chiesa di S.Severo

Ferdinando II indicò la realizzazione della via Duomo e la strada passante alle spalle della cattedrale , quest’ultima di particolare ampiezza magnificenza doveva essere denominata corso Ferdinando, cosa che mai accadde.

Nel 1863 iniziarono i lavori per la costruzione della via, ma le demolizioni necessarie , iniziarono solo nel 1860 con l’esproprio delle fabbriche ecclesiastiche.

Dai documenti emergono anche nel caso di via Duomo correzioni e indicazioni da parte del sovrano borbonico elaborati sia in fase di stesura progettuale che in corso d’opera, ma soprattutto emerge come al solito, la difficoltà di operare su alcune proprietà ecclesiastiche, che inciderà sul definitivo assetto dell’esecuzione.

Ferdinando II

Ferdinando II

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Il viceregno spagnolo

Don Pedro de Toledo nel 1532 arrivò a Napoli e trovò una città sovrappopolata , senza fognature, con strade mal lastricate e piene di supportici .

Don Pedro de Toledo

Don Pedro de Toledo

Il Re cercò di arginare questa situazione con numerosi interventi;

emanò un bando con la minaccia di pene pecuniarie per eliminare le pennate e i banchi.

Nel 1534 iniziò l’ammattonamento delle strade.

Si procedeva nel frattempo al restauro e alla costruzione di nuovi edifici.

Dato il continuo aumento della popolazione la città si estese oltre la cinta muraria espandendosi nei borghi di; Loreto, S.Antonio Abate, dei Vergini e di Chiaia.

La presenza di paludi ad oriente avevano fatto sì che si preferisse la zona occidentale per lo sviluppo della città – nonostante le difficoltà orografiche-

La strada di Toledo era tangente al vecchio nucleo della città, e sul lato occidentale vi erano i quartieri Spagnoli , verso il mare iniziava la costruzione del palazzo vicereale.

Il piano di Don Pedro de Toledo fu il primo ed unico grande episodio di intervento urbanistico della città.

La necessità nacque dal costante aumento della popolazione napoletana che da 155.000 abitanti nel 1528 arrivò, nel 1547 a 212.000 unità.

Dopo questo ampliamento il Re cercò con leggi restrittive di impedire l’espansione oltre la cinta muraria .

Tra il XV e XVI secolo numerose furono le prammatiche che proibivano l’espansione nei borghi e lungo la collina di S.Martino.

Questa politica urbanistica era giustificata dall’impedire la migrazione dalle campagne verso il centro della città (lo spopolamento delle campagne metteva in pericolo l’economia agricola), e dalla necessità di difendere la città lasciando un’ampia area libera da abitazioni sia all’interno che all’esterno delle mura.

Questa politica ebbe conseguenze estremamente negative.

Nei quartieri Spagnoli ed in quasi tutti quelli centrali della città ,sovrastrutture alterarono le fabbriche già esistenti, aumentandone le altezze ed occupando spazi interni precedentemente lasciati verdi.

La situazione già deficitaria veniva aggravata dallo squilibrio tra edilizia civile e edilizia religiosa.

Squilibrio che aumentò dopo la controriforma quando a Napoli giunsero nuovi ordini per arginare lo sviluppo delle tendenze luterane e calviniste.

In osservanza alle nuove disposizioni si procedette all’abbattimento delle vecchie fabbriche monastiche bizantine e romaniche, a favore dei nuovi organismi conventuali architettonicamente assai simili tra loro.

Intanto la popolazione aumentò a ritmo costante, nel 1614 si contavano 327.961 abitanti che alla metà del 600 divennero , 425.000. Dopo la peste del 1656 la popolazione calò drasticamente arrivando a 140.000 abitanti.

Neanche in seguito alla peste furono presi provvedimenti per un miglioramento urbano, segno che le condizioni del popolo napoletano erano indifferenti alle autorità spagnole.

Nei primi anni del 600 di portava a conoscenza Filippo III della situazione in cui era Napoli e della volontà dei napoletani di abbandonare la città in cerca di un posto che gli desse una casa, qualora il Re non si decidesse ad intervenire.

Invece di approfondire le cause di tali richieste , il re agì per interesse, per evitare che i contadini lasciassero le proprie terre e di conseguenza non pagando le tasse, iniziò ad elargire permessi edilizi.

Chi aveva costruito con licenza regolare non sarebbe stato multato, chi aveva trasgredito al precedente divieto, doveva pagare il 5% del valore della fabbrica.

Per avere la licenza edilizia bisognava invece pagare una tassa del 10% sul valore del fabbricato.

Così facendo Filippo III cercò di avere un maggiore controllo sulle costruzioni , ma l’aumento demografico e il bisogno di abitazioni erano più forti di qualsiasi limitazione.

Il carattere illegale porto ad un edilizia sciatta nei borghi, mentre nelle mura , le case raggiungevano altezze impressionanti, configurando la struttura urbana che rimarrà invariata fino al XIX secolo.

Il viceré autorizzava la costruzione di abitazioni solo dopo pagamento delle tasse , privando la possibilità di costruzione alle classi meno agiate, ed ordinò la più totale repressione, nonostante i cittadini continuassero a costruire abitazioni illegalmente.

Con Filippo III aumenta lo squilibrio tra edilizia civile ed edilizia monastica , poiché le licenze edilizie erano concesse con estrema facilità ai monasteri , in quanto il potere regio aveva bisogno del sostegno economico e morale delle comunità conventuali per consolidare la propria autorità.

La plebe risultò ancor più colpita da questo modo di fare , in quanto il denaro accumulato dai preti non solo non veniva utilizzato in investimenti produttivi , ma era in gran parte inviato allo stato pontificio.

Nei primi anni del 700 furono analizzati i fattori che avevano influito negativamente sulla città durante l’età spagnola, ed emersero fattori del tutto nuovi come; apatia del governo , corruzione dei magistrati, accanimento del fisco nei confronti della parte povera della popolazione.

Il risultato della guerra di successione spagnola , determinò la fine del viceregno , risolvendo in parte le annose vicende.

il 7 luglio 1707 il conte Duan entrò in città a comando delle armate imperiali e fu nominato primo viceré Austriaco.

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