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Piazza Municipio

L’area attuale di piazza Municipio ha vissuto sin dalle origini notevoli trasformazioni , a causa della presenza del porto e del castello.

Sin dalle origini piazza municipio era costituita da due ampi assi stradali: via del molo e largo del castello.

Da qualche anno sono in corso nel sottosuolo di piazza Municipio i lavori della nuova metropolitana .

Il rinvenimento di navi integre e di numerosi reperti archeologici ha permesso di stabilire con certezza la definizione di antica area portuale della città.

è stato così possibile identificare l’antico porto tra l’originario insediamento di Palepolis e quello di Neapolis.

Nel VII secolo il porto in seguito ad un movimento tellurico subì un impaludamento e fu coperto dalla costruzione di una nuova strada.

Occore dire che oggi la piazza ha perduto quasi completamente le caratteristiche citate nelle cronache letterarie di Salvatore Di Giacomo -luogo incantato, brulicante e popolare-

lo slargo del castello ha sempre avuto un ruolo primario nell’ambito cittadino.

Le guide lo descrivono fin dal 500 tra le principali piazze cittadine.

La stratificazione cittadina nel largo del castello è espressa in modo emblematico in quanto è stato sede delle dimore del potere.

scorcio di via del Molo XVIII secolo

scorcio di via del Molo XVIII secolo

La configurazione definitiva di questa piazza si avrà soltanto nell’800 con il restauro e la liberazione del castello in seguito ai lavori del risanamento -1884-

Il castello inizialmente residenza degli Angioini -1266,1442- degli Aragonesi .1442,1503- dei vicerè spagnoli 1503,1707,

fu oggetto di restauro alla fine del XIX secolo e ultimato negli anni trenta del XX secolo.

L’intervento di liberazione con la ricostruzione del sistema di torri ha portato all’affermazione simbolica del castello come immagine della città.

Durante il ventennio fascista e a partire dal 1950 si determinò il nuovo sistema di viabilità – via Nuova Marina- e furono eseguiti gli interventi che portarono alla definizione di città sul porto , con un nodo di traffico obbligatorio rappresentato proprio da piazza Municipio.

In origine l’area era costituita da una distesa naturale tra le mura della città e la collina di Pizzofalcone.

Carlo I D’Angiò nel 1279 decise di costruire una nuova fortezza da adibire a residenza reale in sostituzione di Castel Capuano – resdenza normanna costruita un secolo prima-

il nuovo castello inizialmente era a pianta quadrangolare con numerose torri, di questa iniziale struttura oggi rimane solo la Cappella Palatina.

In questo stesso periodo fu costruito il molo e l’arsenale fu spostato da oriente a ridosso del castello vicino la fascia costiera,la zona del commercio si spostò da piazza S.Gaetano a piazza mercato.

Il Maschio Angioino venne costruito sull’area della chiesa di Santa Maria ad Palatinum e intorno a questo si sviluppò l’edilizia residenziale.

Nella zona a ridosso del castello in un breve periodo oltre alle strutture amministrative sorsero le abitazioni dei funzionari di corte.

Piazza municipio e largo del castello conobbero grandi trasformazioni nel periodo Aragonese, grazie al progetto di risistemazione -1442- di Alfonso D’Aragona.

il Castelnuovo fu quasi totalmente ricostruito e adeguato ai nuovi sistemi difensivi,

le torri assunsero una forma circolare e massiccia, fu costruito l’arco di trionfo , ingresso marmoreo tra due torri , testimonianza dell’arte rinascimentale napoletana.

 

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L’Urbanistica di Ferdinando IV

Nel corso del 700 il golfo di Napoli data la sua grandissima bellezza diventò uno degli scenari preferiti dai vedutisti, che lo ripresero dal mare , dalla spiaggia di Chiaja e dal castello del Carmine , in raffigurazioni ricche di movimento per la presenza di navi con vele spiegate, di barche di pescatori di una Napoli ritratta nei suoi aspetti più affascinanti, su uno sfondo composto da terrazzi sul mare che si alternano a cupole che sembrano sparire dietro i maestosi edifici borbonici.

Nella seconda metà del 700 l’attenzione si spostò sul problema del disordine edilizio che affliggeva la città.

Senza avere risultati concreti data la totale avversione del clero e dei privati che vedevano nella regolamentazione edilizia una gran perdita di guadagni.

Nel 1760 si ebbe la sistemazione definitiva del largo Mercatello su cui si aprivano la porta Reale con accesso a via Toledo , e port’Alba ricavata in un antico torrione angioino .

Nonostante l’area poco distante da via Tribunali si adattasse ad una sistemazione urbana, rimase tra le mura , arginata dalle principali strade di comunicazione.

Dopo la demolizione della porta Reale la piazza costituirà il naturale proseguimento di via Toledo.

Importante fu tra il 1778 e 1780 la costruzione della villa Reale alla riviera di Chiaia, che rimane oggi l’unico giardino pubblico della città che nacque come giardino.

Ferdinando IV affidò a Carlo Vanvitelli la costruzione del giardino.

Vanvitelli si ispirò ai giardini francesi tracciando 5 lunghi viali ornati da fontane , statue a soggetto mitologico e panchine.

La caratteristica del parco era il contatto diretto con il mare, vi erano una doppia fila di gradini sul fianco esterno del viale, che erano adibiti a sedili , da cui era possibile osservare lo splendore del golfo e della spiaggia.

La struttura vanvitelliana fu alterata nel corso dei lavori d’ampliamento dei giardini durante l’800.

Nel 1779 Ferdinando IV suddivise la città in 12 quartieri sottoposti alla sorveglianza del giudice della Gran Corte Criminale e l’apposizione di numeri civici e targhe stradali per una migliore conoscenza della città e un migliore controllo dei cittadini.

Un’episodio urbanistico molto importante si ha nel 1781 ad opera di Francesco Sicuro che in seguito ad un incendio si occupò di ricostruire piazza Mercato.

Sicuro sostituì le baracche in legno con botteghe in muratura disposte secondo uno schema rettangolare che al centro trova una grande esedra.

L’ingresso maggiore fu posto su via marina con la presenza di due grandi fontane.

Nel 1781 fu emanato un decreto per la conoscenza della situazione edilizia napoletana, risultò un quadro avvilente , dove la corruzione la faceva da padrona e crolli e lesioni erano frequenti e spesso dovute dal costruire abitazioni in tempi brevi da persone che vantavano titoli che in effetti non avevano.

La situazione degenerò a tal punto che si ipotizzò l’adozione della costituzione di Zenone adottata nel V secolo a Costantnopoli per ridurre gli abusi in altezza.

La proposta fu bocciata dalla Camera di S.Chiara che si limitò a far valere le consuetudini non vincolanti del buon senso.

In questi stessi anni fu realizzata S.Leucio nei pressi di Caserta, sulla base di un nuovo modello di organizzazione comUnitaria, fondata su lavoro ed uguaglianza.

S.Leucio entrò a far parte dei beni borbonici e nel progetto vanvitelliano ,doveva essere collegata alla reggia con lunghi viale rettilinei.

Le proprietà furono ampliate e sorsero le prime industrie e aziende agricole.

Nella zona continuò lo sviluppo anche grazie all’insediamento di maestri stranieri che favorirono lo sviluppo delle nuove tecniche.

Nel 1779 fu emanato lo Statuto Leuciano al quale si collegava la costruzione di Ferdinandopoli nuovo centro operaio.

S.Leucio

S.Leucio

Gli intellettuali napoletani lamentavano una scarsa attenzione nei confronti della città da parte del Re.

Vincenzo Ruffo nel 1789 pubblicò un saggio dove esponeva i problemi urbani della capitale e di come questi si sarebbero potuti affrontare. Lo scritto è l’unica opera del 700 che cerchi di risolvere i problemi della capitale.

Ruffo criticò la struttura urbana dei vicoli estremamente caotici e rifiutando qualsiasi intervento urbano precedente al periodo borbonico, fermo restando che anche a Carlo e Ferdinando criticò la marginale attenzione che questi ebbero per il centro urbano vero e proprio, lasciando immutato il carattere stretto e tortuoso delle strade.

Per risolvere il problema urbano Ruffo fissò 4 punti fondamentali – ingressi , strade, palazzi ed edifici.

I principali accessi alla città sarebbero dovuti essere piazze dalla forma regolare da cui dovevano partire strade rettilinee ed alberate creando svincoli tra centro urbano e territorio circostante.

Ruffo intendeva questi punti come semplici consigli per le amministrazioni e si augurava che un giorno potesse esserci un uomo in gradi di concretizzarli.

Inoltre Vincenzo Ruffo esaminò l’aspetto economico del proprio programma e sostenne che gli istituti di beneficenza avrebbero dovuto finanziare l’opera, piuttosto che “mantenere gruppi di poveri oziosi”, mentre l’area delle nuove piazze si sarebbe ottenuta dalla demolizione di monasteri se ciò fosse stato necessario.

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