Urbanistica

Chiese e Monasteri

Per la particolarità delle vicende di trasformazione urbana di Napoli, l’analisi delle storie degli ordini religiosi femminili e l’ambiente sociale appaiono legati alla città in maniera significativa.

La diffusione e estensione delle proprietà ecclesiastiche all’interno dell’antico nucleo cittadino a partire dal XVI secolo ebbe una grande sviluppo,anche in conseguenza alla diffusione dei precetti controriformistici .

I monasteri erano spazi dove si svolgeva una missione spirituale ed assistenziale, e rappresentavano, -in seguito alle vicende di soppressione napoleonica e post unitaria- anche delle importanti strutture pubbliche.

L’insediamento dei complessi ecclesiastici a Napoli fu conseguenza degli esiti controriformistici, ma anche e soprattuto una forma di controllo del potere economico su una città che aveva da sempre rappresentato un ponte tra l’oriente e Costantinopoli.

La Napoli del viceregno spagnolo si trovò ad affrontale un rilevante aumento demografico e contemporaneamente la gestione degli spazi del nucleo abitato, che sarà oggetto di insediamenti ecclesiastici pilotati dal papato romano,con il contributo e il sostegno dell’aristocrazia e della nobiltà napoletana.

A tutto questo si aggiunse l’irrisolta questione della zona orientale rimasta paludosa, che impediva qualsiasi programmazione di espansione.

Questo fu il periodo in cui nacque la Napoli dei vicoli, la Napoli delle descrizioni come un difficile contesto , con le inevitabili connotazioni oleografiche che per tutto l’800 e 900 hanno contribuito alla diffusione di un immagine stereotipata.

Ancora oggi nel nucleo antico di Napoli si alternano , meravigliosi palazzi nobiliari , chiese , monasteri, ed edilizia civile apparentemente senza interesse ma caratterizzata da elementi e portali che dichiarano l’epoca di costruzione.

Accanto all’architettura sacra e nobiliare di notevole pregio , si affianca quell’architettura “senza architetti” che risulta costruita grazie a regole consolidate e non scritte , tramandate da costruttori locali, che hanno determinato nel tempo l’immagine di Napoli.

Chi passeggia per le strade di Napoli non può avere idea dei giardini e delle isole appartenenti alle diverse case ecclesiastiche.

Queste strutture son inserite nel tessuto urbano del centro napoletano.

Monasteri e conventi sono nascosti, con chiostri e pregevoli opere d’arte, tra mura continue e stratificate.

Nel nucleo antico della città i monasteri femminili, così come tutte le altre architetture offrono una rappresentazione degli stili architettonici che contempla allo stesso tempo elementi rinascimentali e barocchi , soluzioni tardo barocche e neoclassiche, facciate classicheggianti e neorinascimentali.

Il costruttore degli edifici ecclesiastici lavorava in comunione con il committente per riuscire a sfruttare al meglio tutti gli spazi a seconda del tipo di attività che l’ordine religioso doveva svolgere nella struttura.

In questo caso l’architettura è da considerarsi in relazione alla missione spirituale dei religiosi.

L’architettura delle fabbriche religiose e la tipologia del complesso risultano collegati alla regola e all’osservanza dei canoni dell’ordine religioso e ai dettami della casa generalizia.

Basti citare San Pietro martire, e Santa Caterina a Formello, chiostri a doppio ordine, porticato con alloggi e funzioni che si sviluppavano intorno ad uno spazio comunitario-spesso coltivato – queste stesse strutture dopo la soppressione degli ordini religiosi furono adibite a funzioni pubbliche o demolite per far spazio a nuove strutture.

Alcuni complessi ecclesiastici saranno adattati a fabbriche , altri avranno funzione pubblica – ancora oggi in vigore- , altri saranno demoliti nel primo 900.

La cancellazione del monastero della Croce di Lucca si ebbe tra la fine dell’800 e inizio 900 per costruire , cliniche universitarie da realizzare durante il piano di risanamento post 1884.

Durante il periodo del decennio francese -1806/1815 – si assistì ad una politica anticlericale che limitò le ricchezze accumulate dai gruppi religiosi napoletani.

Attraverso le leggi di soppressione degli ordini religiosi i francesi avviarono un rinnovamento sociale, economico e urbanistico.

In un primo momento con l’abolizione delle strutture religiose , il governo francese incamerò numerosi beni da destinare a servizi civili e militari, che in seguito nel periodo borbonico -1815/60- furono utilizzati come fabbriche.

Nel 1806 si stabilì che in ogni convento dovevano esserci almeno 12 professi per evitare la soppressione.

Durante il decennio francese furono compiute opere di grande importanza come l’Albergo dei Poveri e la reggia di Capodimonte .

Durante questo periodo fu costruita una strada che collegava la zona del Museo con quella di Capodimonte grazie al “ponte sulla Sanità”.

Tutto questo insieme a via Foria, via Posillipo e i Ponti Rossi , fu possibile grazie alla soppressione degli ordini religiosi così da incamerare le proprietà che impedivano la costruzione di assi viarie.

Il governo francese promosse lo sviluppo delle scienze , delle lettere e delle arti ,incoraggiando la cultura ed il progresso economico e sociale del regno.

Costituì la “Regal Società d’Incoraggiamento per le Scienze Naturali ed Economiche”, istituto che continuerà ad operare anche con il ritorno dei Borbone, incentivando lo sviluppo di attività manifatturiera talvolta proprio negli stabili ecclesiastici precedentemente “liberati”.

Dal 1815 con la restaurazione borbonica saranno conservate iniziative che caratterizzarono la dominazione precedente, facilitando l’iniziativa della borghesia napoletana.

Gli interventi governativi furono finalizzati a favorire il libero commercio sia nella struttura urbana che provinciale ed estero.

Grazie alla concessione di strutture statali a bassi costi, si ha l’insediamento di nuove fabbriche , con l’afflusso di capitali stranieri, e di imprenditori di paesi europei in cui lo sviluppo industriale era già avanzato.

Tra le sedi ecclesiastiche che subirono una significativa variazione d’uso ricordiamo :

Il monastero di Santa Maria della Vita alle Fontanelle.

Dove furono allocate due fabbriche di candele e cera, e una fabbrica per la manifattura di pelle di castoro e panni di lana.

Nel complesso dei Santi Apostoli furono collocati gli stabilimenti per la lavorazione del tabacco.

Numerose sono le strutture tutt’oggi attive , riadattate a funzioni pubbliche nel XIX secolo.

Un’esempio sono il liceo classico A.Genovesi collocato nella struttura gesuita al lato della facciata della chiesa del Gesù Nuovo.

S.Pietro a Majella fu trasformato nel Real Conservatorio di Musica.

S. Pietro a Majella

S. Pietro a Majella

S.Anna dei Lombardi a Monteoliveto, S.Giuseppe e Cristoforo all’Ospedaletto furono usati a scopo militare.

Tuttora hanno una funzione ospedaliera gli Incurabili nei pressi di S.Aniello a Caponapoli e i Pellegrini nella Pigna Secca.

Inoltre furono adibite a strutture universitarie il complesso dei santi Marcellino e Festo ( oggi facoltà di geologia dell’università Federico II) e del Gesù Vecchio (oggi biblioteca) e le sedi Santa Caterina da Siena e del complesso storico di Suor Orsola Benincasa (oggi siti dell’omonima università).

Nel 1823 nel chiostro cinquecentesco di S.Caterina a Formello si insediò una fabbrica di panni di castoro, fu il primo incentivo privato borbonico per lo sviluppo economico.

La struttura domenicana risultava particolarmente adatta all’insediamento di fabbriche tessili, per la presenza delle acque distribuite dalla pubblica fontana del formello.

Nello stesso anno si stabilì l’esenzione del pagamento del fitto per 15 anni con l’obbligo da parte dell’imprenditore di inserire all’interno della fabbrica i detenuti reclusi nell’Albergo dei Poveri.

La crescita dei ritmi della fabbrica fece ottenere una nuova concessione con la dotazione di un nuovo stabile più grande e con l’impiego di 200 unità – “servi di pena” – in più.

Nella metà dell’800 diverse strutture ecclesiastiche requisite vennero utilizzate per l’essiccazione del tabacco.

È questo il caso del complesso Teatino che subì numerosi modifiche di adattamento al nuovo uso, con la sostituzione di solai piani a struttura metallica , furono inserite nuove costruzioni nel cortile, creati soppalchi e scale per collegare i vari piani occupati dalle macchine, mentre le campate del portico furono adibiti all’essiccazione del tabacco.

Nel 1970 la manifattura tabacchi abbondò il sito e si procedette ad un progressivo restauro.

Nel 1864 per risolvere il problema della carenza delle abitazioni fu ipotizzato un uso abitativo delle strutture, Santa Maria Donnaregina e S.Andrea delle Dame.

L’intervento al monastero Donnaregina è legato ai lavori di via Duomo che proseguirono ben oltre il 1864.

I tecnici ipotizzarono di eliminare il settore occidentale del convento per creare lotti di edificazione per la classe borghese, che furono realizzati nei lavori della strada sopracitata.

Nella proposta dei tecnici si osserva un atteggiamento poco attento alla conservazione e alla tutela dei beni culturali, comportamento comune degli architetti e tecnici ottocenteschi.

Il risultato finale è una sorta di polifunzionale con ambienti di uso comune per sfruttare al massimo le caratteristiche originali dei siti.

Per il convento di S.Anna delle Dame, la soluzione appare più lineare.

Si definirono le diverse funzioni: al piano terra furono poste le strutture di uso comune,

le strutture abitative,servite tutte da un corridoio comune furono ubicate al piano superiore.

Oltre alla suddivisione degli spazi si ebbe un miglioramento degli accessi, con un ingresso con scalinata con annesso montacarichi su via Costantinopoli.

Il progetto di riuso dei monasteri non avrà seguito per difficoltà burocratiche,

per mancanza di fondi pubblici,e per lo scarso interesse degli imprenditori che privilegiavano l’impiego di capitali nella costruzione di nuovi quartieri residenziali.

Il complesso Donnaregina fu terminato con la fine dei lavori di via Duomo, mentre il complesso di S.Andrea terminò con i lavori del risanamento.

Durante i lavori di risanamento nella metà dell’800 furono demolite due importanti strutture il monastero di S.Maria della Sapienza e quello della Croce di Lucca.

I monasteri furono sostituiti dai blocchi edilizi delle cliniche universitarie di medicina.

Numerose furono le contestazioni, in quanto la chiesa della Croce di Lucca era considerata dalla critica un gioiello dell’arte barocca napoletana.

Il dissenso dei critici fu l’occasione per estendere il principio di conservazione nel centro urbano napoletano ,ricchissimo di stratificazione architettonica e di opere d’arte.

Nel 1903 un gruppo di intellettuali collaboratori della rivista – Napoli Nobilissima -denunciarono la previsione di abbattimento e si occuparono della valorizzazione del sito.

Il monastero venne demolito in seguito al diffuso pensiero che privilegiava l’uso alla conservazione, favorendo lo sviluppo di nuove fabbriche.

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Albergo dei Poveri

Per combattere la disoccupazione nel 1746 Carlo di Borbone incoraggiò l’industria tessile e favorì gli stanziamenti di commercianti stranieri ed ebrei, che trovarono l’opposizione del clero e della plebe.

In questo contesto furono inseriti provvedimenti come l’ampliamento del porto e la sistemazione di via Marina.

Si progettò un prolungamento del molo grande verso oriente e la costruzione di grandi magazzini.

Il porto piccolo fu chiuso e si ebbe la costruzione ad opera di Vaccaro dell’edificio dell’Immacolatella.

Furono demolite le mura verso il mare , e sistemata la costa di Mergellina e l’inizio di via Posillipo.

Napoli a cavallo dell’800 aveva tutte le condizioni per essere una città capitalistica

il cui bisogno primario era il consumo , nonostante la maggiore fonte di guadagno fosse unicamente l’attività edile,questa non riusciva a dar lavoro a tutti, lasciando fuori una grossissima fetta di disoccupati.

Con la dinastia dei Borbone numerose furono le opere viarie che furono portate a termine.

Bisogna però dire che spesso erano dettate dalla necessità di migliorare i collegamenti con le residenze reali piuttosto che migliorare i collegamenti ai fini del commercio.

I siti reali sono proprietà circondate da un vasto territorio riservato alla caccia.

Sotto i regni dei primi due Borbone furono fatte residenze ex novo ad opera di prestigiosi architetti o riadattate strutture preesistenti.

Nel 1750 su invito del Re -Carlo- giunsero a Napoli L.Vanvitelli e F.Fuga a quest’ultimo in concomitanza ai lavori per la reggia di Caserta gli fu chiesto di costruire un fabbricato che potesse ospitare tutti i poveri del regno.

L’ospizio che doveva ospitare i poveri fu costruito nel 1751 fuori porta Nolana .

Un primo progetto di Fuga prevedeva una struttura a pianta quadrata con quattro cortili , sullo stile Vanvitelliano della reggia,ma questo fu scartato.

A causa della natura paludoso dal terreno che avrebbe reso difficoltosa la costruzione, la struttura fu spostata ai piedi della collina di Capodimonte dove già nei secoli precedenti erano nate strutture di tipo assistenziale.

L’ospizio avrebbe dovuto sottolineare la magnanimità e l’affetto della casa reale per i sudditi.

Fuga riprogettò l’ospizio adattandosi al nuovo suolo, proponendo una struttura a base rettangolare con 5 cortili, in seguito due di questi furono soppressi per la necessità di riduzione dei costi.

Neanche questo progetto fu portato a termine nonostante già nel 1764 a lavori in corso la struttura ospitava già diverse persone.

Nel 1819 alla definitiva interruzione di lavori lo stabile ospitava oltre 2000 persone.

Albergo dei Poveri

Albergo dei Poveri

Oggi lo sviluppo frontale dell’ospizio è di 354 metri contro i 600 previsti dal progetto, inoltre è da notare come la struttura non abbia un aspetto incompiuto,risalta invece il carattere pratico e funzionale dell’intera struttura – Albergo dei Poveri –

Nel 1750 Giovanni Carafa duca di Noja pubblicò sotto forma di lettere inviate ad un amico

i vantaggi che si sarebbero avuti da un esatta carta topografica della città di Napoli.

In questo scritto sono analizzati i problemi urbanistici della città.

La necessità di un piano di sviluppo derivava dalla carenza di strutture pubbliche e dal continuo aumento demografico.

La bellezza e l’ordine come aspetti socio-politici per Carafa avrebbero risolto i problemi economico-urbani.

La mappa topografica del Carafa permise di programmare gli interventi con ordine, a seconda nella maggiore necessità, grazie a questo nuovo modo di operare Napoli si avviò nuovamente verso l’essere capitale europea.

Carta del duca di Noja

Carta del duca di Noja

Morto il duca di Noja nel 1769 la pianta fu terminata dal fratello Giovanni Pignatelli che la variò tenendo conto delle modifiche urbane che erano state apportate fino a quel momento. Il lavoro risultò molto preciso sicchè ancora oggi rappresenta uno strumento valido per quanti si interessano di urbanistica napoletana.

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Piazza Municipio

L’area attuale di piazza Municipio ha vissuto sin dalle origini notevoli trasformazioni , a causa della presenza del porto e del castello.

Sin dalle origini piazza municipio era costituita da due ampi assi stradali: via del molo e largo del castello.

Da qualche anno sono in corso nel sottosuolo di piazza Municipio i lavori della nuova metropolitana .

Il rinvenimento di navi integre e di numerosi reperti archeologici ha permesso di stabilire con certezza la definizione di antica area portuale della città.

è stato così possibile identificare l’antico porto tra l’originario insediamento di Palepolis e quello di Neapolis.

Nel VII secolo il porto in seguito ad un movimento tellurico subì un impaludamento e fu coperto dalla costruzione di una nuova strada.

Occore dire che oggi la piazza ha perduto quasi completamente le caratteristiche citate nelle cronache letterarie di Salvatore Di Giacomo -luogo incantato, brulicante e popolare-

lo slargo del castello ha sempre avuto un ruolo primario nell’ambito cittadino.

Le guide lo descrivono fin dal 500 tra le principali piazze cittadine.

La stratificazione cittadina nel largo del castello è espressa in modo emblematico in quanto è stato sede delle dimore del potere.

scorcio di via del Molo XVIII secolo

scorcio di via del Molo XVIII secolo

La configurazione definitiva di questa piazza si avrà soltanto nell’800 con il restauro e la liberazione del castello in seguito ai lavori del risanamento -1884-

Il castello inizialmente residenza degli Angioini -1266,1442- degli Aragonesi .1442,1503- dei vicerè spagnoli 1503,1707,

fu oggetto di restauro alla fine del XIX secolo e ultimato negli anni trenta del XX secolo.

L’intervento di liberazione con la ricostruzione del sistema di torri ha portato all’affermazione simbolica del castello come immagine della città.

Durante il ventennio fascista e a partire dal 1950 si determinò il nuovo sistema di viabilità – via Nuova Marina- e furono eseguiti gli interventi che portarono alla definizione di città sul porto , con un nodo di traffico obbligatorio rappresentato proprio da piazza Municipio.

In origine l’area era costituita da una distesa naturale tra le mura della città e la collina di Pizzofalcone.

Carlo I D’Angiò nel 1279 decise di costruire una nuova fortezza da adibire a residenza reale in sostituzione di Castel Capuano – resdenza normanna costruita un secolo prima-

il nuovo castello inizialmente era a pianta quadrangolare con numerose torri, di questa iniziale struttura oggi rimane solo la Cappella Palatina.

In questo stesso periodo fu costruito il molo e l’arsenale fu spostato da oriente a ridosso del castello vicino la fascia costiera,la zona del commercio si spostò da piazza S.Gaetano a piazza mercato.

Il Maschio Angioino venne costruito sull’area della chiesa di Santa Maria ad Palatinum e intorno a questo si sviluppò l’edilizia residenziale.

Nella zona a ridosso del castello in un breve periodo oltre alle strutture amministrative sorsero le abitazioni dei funzionari di corte.

Piazza municipio e largo del castello conobbero grandi trasformazioni nel periodo Aragonese, grazie al progetto di risistemazione -1442- di Alfonso D’Aragona.

il Castelnuovo fu quasi totalmente ricostruito e adeguato ai nuovi sistemi difensivi,

le torri assunsero una forma circolare e massiccia, fu costruito l’arco di trionfo , ingresso marmoreo tra due torri , testimonianza dell’arte rinascimentale napoletana.

 

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Castelnuovo

La decisione di Carlo D’Angiò di far costruire un nuovo castello-reggia ha una grandissima importanza per la storia urbana di Napoli .

Con la costruzione del castello si determina il luogo dove sorgerà il centro politico,amministrativo,militare, della capitale del regno.

Infatti all’estremo limite del castello nell’XVI secolo sarà costruito il palazzo vicereale.

Nel 1279 ebbero inizio i lavori del nuovo castello indispensabile,data l’inadeguatezza del Castel dell’ovo -troppo isolato sul mare e lontano dalla città- e Castel Capuana -troppo distante dalla costa-

L’architetto che si occupò della costruzione fu Pierre de Chaule che rese abitabile il castello già nel 1282 anche se i lavori terminarono solo nel 1284.

La sola raffigurazione che abbiamo di Napoli in età tardo angioina è nella fronte di un cassone dipinto da un artista ignoto tra XIV e XV secolo , conservato a new york.

Raffigurazione in cui è possibile distinguere i principali edifici : Castel Nuovo, Castel dell’Ovo , il molo, le mura, la cappella palatina.

In assenza di fonti iconografiche precise possiamo farci un idea del Castel Nuovo Angioino grazie ai documenti scritti e, al confronto con strutture superstiti coeve francesi e meridionali.

La cappella palatina costruita a partire dal 1307ad opera di Giovanni Caraccio d’Isernia fu terminata nel 1309 ed è l’unica parte del castello che conservi la struttura trecentesca.

Ha un unica navata rettangolare , senza cappelle laterali ed un abside piatta serrata da torrette che collegano l’edificio religioso ad altri ambienti del castello.

Sulle pareti vi sono tracce di volte a crociera di epoca precedente,il soffitto fu sostituito con una volta a botte nel 500 in seguito demolita dai restauri moderni .

L’abside è illuminata da due monofore e una grande bifora sulla parete di fondo.

Nella facciata è possibile oggi osservare dalla grande finestra il rosone di età aragonese.

Intorno al castello girava un fossato in cui non vi fu mai acqua di mare.

Incerti sono il numero e la forma delle torri ma secondo numerosi storici certamente quattro negli angoli e almeno altre tre dalla parte del mare.

Sul lato settentrionale che guardava verso la città le fonti riportano la presenza della porta che secondo lo schema tradizionale era affiancata da due torri.

Connessa all’apparato difensivo del castello troviamo la torre di S.Vincenzo costruita nel 1389 su un isolotto sul mare, ben evidente in tutte le raffigurazioni, fino alla sua demolizione nel 1742.

Castelnuovo

Castelnuovo

Le fonti non indicano la forma delle torri ma sappiamo con certezza che in Francia erano di forma circolare mentre in Italia avevano forma quadrata o poligonale.

Nei pressi del castello furono costruiti palazzi per i figli di Carlo II e sotto il regno di Roberto fu creato il parco continuamente abbellito.

In seguito ad incendi, assedi e guerre il Castel Nuovo Angioino cadde in rovina.

Nel 1442 Alfonso il Magnanimo entrò a Napoli e, immediatamente decretò la ricostruzione del castello.

Nel 1450 il restauro più volte interrotto da guerre portò radicali trasformazioni al castello.

Furono impostate le nuove torri adeguate ad una difesa moderna, meno alte e meno esili , poderosi basamenti a scarpa, scanalature non soltanto concave ma a spirale, per impedire l’appoggio di scale e macchine belliche, furono terminate le torri del Beverello e dell’Oro, di S.Giorgio e le due della porta.

I lavori continuarono fino al 1456, anno del terremoto che causò gravi danni alla torre di S.Giorgio e alla cappella Palatina.

La tavola Strozzi descrive dettagliatamente il castello e l’area circostante e permette affiancata a fonti scritte la lettura di strutture architettoniche.

Nella tavola il castello appare inserito tra giardini e case principesche e la zona, oggi occupata da piazza Plebiscito completamente pianeggiante.

Il dipinto ci offre la prospettiva della città sul mare , in quanto il vero protagonista dell’opera è il rientro della flotta aragonese dopo la vittoria contro gli Angioini nella battaglia di Ischia del 1465. Castel nuovo è raffigurato con grande precisione, possiamo distinguere nettamente i materiali con cui questo è costruito grazie alla variazione di colori che ci permette di riconoscere il grigio del piperno dal tufo giallo.

tavola Strozzi

tavola Strozzi

In tutte le raffigurazioni quattrocetesche appaiono evidenti le caratteristiche che fanno del Castel Nuovo la più grande reggia fortificata del 400.

L’ambiente più celebre del castello è la sala dei baroni – oggi sede del consiglio comunale-

così detta perché nel 1486 furono arrestati i baroni che avevano congiurato contro il Re.

Varcata la porta alla sommità delle scale si entra in un grande salone quasi cubico le cui parete sono sovrastate da un immensa volta aperta alla sommità da un grande oculo.

Purtroppo la sala nel 1919 è stata devastata da un incendio che ha cancellato totalmente le bellissime decorazioni.

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Galleria Principe di Napoli

Nella seconda metà del 700 Napoli è caratterizzata dalla presenza di due importanti edifici pubblici ; il palazzo degli studi – attuale museo archeologico nazionale – e le fosse del grano.

La presenza di largo Mercatello – attuale piazza Dante- e della relativa port’Alba definivano una zona di possibile espansione e costruzione di un quartiere borghese.

Il palazzo degli Regi studi , sede dell’università fu ideato nel 1612 da Giulio Cesare Fontana su un terreno pianeggiante esterno al sistema murario per volere del viceré conte di Lemos.

Le fosse del grano furono costruite dal viceré Olivares nell’XVII secolo e destinato alla conservazione del grano , poste a ridosso delle mura cittadine e in grande pendenza,nell’isolato che andava dal palazzo degli Studi sino a port’Alba si innalzavano la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli e la chiesa di San Giovanni Battista delle Monache.

Di fronte al palazzo degli Studi si apriva porta Costantinopoli , su via Costantinopoli , mentre porta Sciuscella portava a port’Alba e proseguendo , fuori le mura.

Con l’obsolescenza delle fosse del grano queste furono riutilizzate con usi differenti – prigione , deposito di carri funebri ,caserma –

Nel 1840 fu proposto di eliminare l’edificio delle fosse del grano, la demolizione di porta Costantinopoli e una regolarizzazione del largo Mercatello e di creare un nuovo asse stradale che collegasse via Toledo con il museo nazionale.

Alla metà del 1800 Ferdinando II progettò un programma che mirava all’accrescimento della città e al miglioramento della struttura urbana , alla pari delle grandi capitali europee.

Il progetto del quartiere museo fu intrapreso nel 1850 e fu portato a termine solo dopo l’unità d’Italia e rappresentò la possibilità di costruire un nuovo quartiere borghese con una grande galleria commerciale con funzioni artistiche e commerciali.

La realizzazione del quartiere museo e della galleria Principe di Napoli passò attraverso proposte e progetti molto spesso modificati a causa degli eccessivi costi di realizzazione dell’opera.

Nel 1853 Ferdinando II vagliò la proposta della costruzione di un nuovo municipio , accanto, e sulla tipologia del museo nazionale, a cui doveva seguire il prolungamento di via Foria dove si dovevano collocare numerose botteghe.

Nel 1859 si ha la ristrutturazione dell’area lasciando intatti i complessi conventuali , suddividendo i suoli in lotti destinati all’edilizia residenziale, lasciando perdere l’idea del nuovo municipio. Inoltre in previsione dei lavori erano state demolite la porta Costantinopoli, le fosse del grano,spianando e rettificando la salita del palazzo degli Studi.

L’architettura in ferro e vetro compare sin dagli inizi dell’800 rappresentando uno degli aspetti più importanti delle tecniche costruttive , sia per l’importanza dell’innovazione sia per la possibilità che questa garantiva di avere grandi spazi praticabili per la produzione e per il commercio.

Il ferro – successivamente la ghisa – fu stato utilizzato in contesti culturali di impostazione classicista in tutta Europa – esempio : travature in ferro a vista nel palazzo di Marmo a S.Pietroburgo – 1768/1772 –

In Italia sono degne di nota le gallerie di Milano,di Genova -Mazzini- a Roma – Colonna – ora Alberto Sordi –

Le gallerie sono derivazione di strutture coperte di attraversamento, adibite prevalentemente ad uso commerciale e terziario, e rappresentano un nuovo tipo architettonico che ebbe grande diffusione in seguito ai grandi eventi espositivi internazionali.

La soluzione finale della galleria Principe di Napoli nel quartiere museo trovò spunto proprio da queste tendenze , e dal riuscito intervento della galleria di Milano , posta in un punto chiave della città tra il duomo e il teatro la Scala.

Galleria che ha una funzione di salotto cittadino con annessi luoghi per il ritrovo sociale e per il commercio.

Sino ad allora le realizzazioni in ferro e vetro a Napoli erano piuttosto limitate e avevano esclusivamente un uso pubblico – es: mercati a S.Pasquale a Chiaia , al largo Carità, o passaggi pubblici come il corridoio interno a Palazzo S.Giacomo o coperture monumentali come la cupola della chiesa S.Francesco di Paola –

Il quartiere museo e la galleria furono ultimati nel 1883 alla vigilia dell’epidemia di colera che trasformerà Napoli in un caso nazionale, a cui seguirono le opere di risanamento.

Nella galleria principe di Napoli la presenza di scalinate di raccordo determinò la sua scarsa visibilità e la sua estraneità all’ambiente circostante .

galleria principe di napoli

galleria principe di napoli

E’ bene ricordare che il salone della galleria è stato luogo privilegiato per lo svolgimento di convegni scientifici e manifestazioni pubbliche.

Vi era anche una grande presenza di caffè della moda, negozi d’arte librerie e antiquari.

Dopo l’unità d’Italia il municipio propose un concorso per il miglioramento della strada che collegava piazza Mercatello e museo nazionale , i progetti che ricevette spesso non tenevano conto della salvaguardia dei palazzi storici, e di conseguenza scartati.

Solo nel 1862 si ha l’approvazione di un progetto che prevedeva un rettifilo parallelo alla salita del palazzo degli Studi che congiungeva la piazza del museo nazionale con l’attuale piazza del Gesù.

Nel 1864 venne edificata l’Accademia delle Belle Arti che insieme al museo nazionale conferiva alla zona un forte carattere artistico.

L’Accademia delle Belle Arti rappresenta una delle migliori opere di produzione architettonica dell’800, con prospetti in stile neorinascimentale con facciata in tufo lavorato e decorato.

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L’Urbanistica di Ferdinando IV

Nel corso del 700 il golfo di Napoli data la sua grandissima bellezza diventò uno degli scenari preferiti dai vedutisti, che lo ripresero dal mare , dalla spiaggia di Chiaja e dal castello del Carmine , in raffigurazioni ricche di movimento per la presenza di navi con vele spiegate, di barche di pescatori di una Napoli ritratta nei suoi aspetti più affascinanti, su uno sfondo composto da terrazzi sul mare che si alternano a cupole che sembrano sparire dietro i maestosi edifici borbonici.

Nella seconda metà del 700 l’attenzione si spostò sul problema del disordine edilizio che affliggeva la città.

Senza avere risultati concreti data la totale avversione del clero e dei privati che vedevano nella regolamentazione edilizia una gran perdita di guadagni.

Nel 1760 si ebbe la sistemazione definitiva del largo Mercatello su cui si aprivano la porta Reale con accesso a via Toledo , e port’Alba ricavata in un antico torrione angioino .

Nonostante l’area poco distante da via Tribunali si adattasse ad una sistemazione urbana, rimase tra le mura , arginata dalle principali strade di comunicazione.

Dopo la demolizione della porta Reale la piazza costituirà il naturale proseguimento di via Toledo.

Importante fu tra il 1778 e 1780 la costruzione della villa Reale alla riviera di Chiaia, che rimane oggi l’unico giardino pubblico della città che nacque come giardino.

Ferdinando IV affidò a Carlo Vanvitelli la costruzione del giardino.

Vanvitelli si ispirò ai giardini francesi tracciando 5 lunghi viali ornati da fontane , statue a soggetto mitologico e panchine.

La caratteristica del parco era il contatto diretto con il mare, vi erano una doppia fila di gradini sul fianco esterno del viale, che erano adibiti a sedili , da cui era possibile osservare lo splendore del golfo e della spiaggia.

La struttura vanvitelliana fu alterata nel corso dei lavori d’ampliamento dei giardini durante l’800.

Nel 1779 Ferdinando IV suddivise la città in 12 quartieri sottoposti alla sorveglianza del giudice della Gran Corte Criminale e l’apposizione di numeri civici e targhe stradali per una migliore conoscenza della città e un migliore controllo dei cittadini.

Un’episodio urbanistico molto importante si ha nel 1781 ad opera di Francesco Sicuro che in seguito ad un incendio si occupò di ricostruire piazza Mercato.

Sicuro sostituì le baracche in legno con botteghe in muratura disposte secondo uno schema rettangolare che al centro trova una grande esedra.

L’ingresso maggiore fu posto su via marina con la presenza di due grandi fontane.

Nel 1781 fu emanato un decreto per la conoscenza della situazione edilizia napoletana, risultò un quadro avvilente , dove la corruzione la faceva da padrona e crolli e lesioni erano frequenti e spesso dovute dal costruire abitazioni in tempi brevi da persone che vantavano titoli che in effetti non avevano.

La situazione degenerò a tal punto che si ipotizzò l’adozione della costituzione di Zenone adottata nel V secolo a Costantnopoli per ridurre gli abusi in altezza.

La proposta fu bocciata dalla Camera di S.Chiara che si limitò a far valere le consuetudini non vincolanti del buon senso.

In questi stessi anni fu realizzata S.Leucio nei pressi di Caserta, sulla base di un nuovo modello di organizzazione comUnitaria, fondata su lavoro ed uguaglianza.

S.Leucio entrò a far parte dei beni borbonici e nel progetto vanvitelliano ,doveva essere collegata alla reggia con lunghi viale rettilinei.

Le proprietà furono ampliate e sorsero le prime industrie e aziende agricole.

Nella zona continuò lo sviluppo anche grazie all’insediamento di maestri stranieri che favorirono lo sviluppo delle nuove tecniche.

Nel 1779 fu emanato lo Statuto Leuciano al quale si collegava la costruzione di Ferdinandopoli nuovo centro operaio.

S.Leucio

S.Leucio

Gli intellettuali napoletani lamentavano una scarsa attenzione nei confronti della città da parte del Re.

Vincenzo Ruffo nel 1789 pubblicò un saggio dove esponeva i problemi urbani della capitale e di come questi si sarebbero potuti affrontare. Lo scritto è l’unica opera del 700 che cerchi di risolvere i problemi della capitale.

Ruffo criticò la struttura urbana dei vicoli estremamente caotici e rifiutando qualsiasi intervento urbano precedente al periodo borbonico, fermo restando che anche a Carlo e Ferdinando criticò la marginale attenzione che questi ebbero per il centro urbano vero e proprio, lasciando immutato il carattere stretto e tortuoso delle strade.

Per risolvere il problema urbano Ruffo fissò 4 punti fondamentali – ingressi , strade, palazzi ed edifici.

I principali accessi alla città sarebbero dovuti essere piazze dalla forma regolare da cui dovevano partire strade rettilinee ed alberate creando svincoli tra centro urbano e territorio circostante.

Ruffo intendeva questi punti come semplici consigli per le amministrazioni e si augurava che un giorno potesse esserci un uomo in gradi di concretizzarli.

Inoltre Vincenzo Ruffo esaminò l’aspetto economico del proprio programma e sostenne che gli istituti di beneficenza avrebbero dovuto finanziare l’opera, piuttosto che “mantenere gruppi di poveri oziosi”, mentre l’area delle nuove piazze si sarebbe ottenuta dalla demolizione di monasteri se ciò fosse stato necessario.

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Galleria Umberto I

Nel clima di rinnovamento generatosi nel post colera e sulla spinta della situazione edilizia, una commissione esaminava la possibilità di immediata realizzazione di progetti per la bonifica di aree, come il rione S.Brigida, nelle immediate vicinanze del palazzo reale .

Gli edifici avevano un aspetto dignitoso, ma non si poteva dire lo stesso per gli interni,

nei vicoli che attraversavano il centro si elevavano edifici fatiscenti dell’altezza di sei piani.

Vi erano anche fabbriche di particolare interesse architettonico come la chiesa di S.Brigida e quella di S.Ferdinando.

Nei quattro progetti vagliati dalle amministrazioni per il risanamento, fu comune la necessità di migliorare la visuale del teatro S.Carlo.

L’ing. Alfredo Cottrau in nome della moralità e dell’igiene , propose di ristrutturare l’intera zona, il progetto prevedeva l’abbattimento della chiesa di S.Ferdinando che secondo l’ing. rappresentava un ostacolo all’espansione del teatro.

La proposta suscitò numerose critiche e fallì.

l’ing. Emanuele Rocco presentò un progetto che prevedeva la costruzione di quattro grandi edifici disimpegnati da una grande galleria in ferro e vetro di 1076 mq.

I quattro bracci di diversa lunghezza , intersecandosi, davano luogo ad una crociera ottagonale coperta da ampia cupola, si conservano gli edifici più importanti e all’altezza del S.Carlo un porticato ad esedra che avrebbe creato uno slargo davanti al tetro dandogli una maggiore visibilità.

Nella fase esecutiva furono apportate diverse modifiche , i lavori procedettero in maniera celere e nel 1892 il sindaco Nicola Amore inaugurò la galleria Umberto I , e per l’occasione si tenne un’esposizione di prodotti artistici , artigianali e industriali.

La velocità di realizzazione è da mettere in relazione alle grandi possibilità di guadagno a cui si prestava l’area essendo un’importante zona commerciale.

Inoltre motivi di prestigio e decoro spinsero le autorità cittadine alla realizzazione in tempi record come prova della propria abilità amministrativa.

La galleria divenne simbolo della classe borghese contrapponendosi al panorama urbano circostante che viveva una forte emergenza architettonica.

Per molto tempo la galleria fu centro vivo della vita culturale e commerciale cittadina assolvendo alla funzione a cui era stata destinata.

Galleria Umberto I

Galleria Umberto I

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Da Ferdinando II, all’Unità d’Italia

Napoli seguì lo sviluppo urbano avviatosi nelle principali capitali europee a metà del XIX secolo.

Il rapido affermarsi del progresso scientifico e l’ascesa della classe borghese incise nei processi di sviluppo urbano e sui processi di trasformazione della città

La politica di Ferdinando Risultò al passo con i principali paesi europei.

Si sviluppò l’ipotesi di creare un quartiere occidentale -residenza aristocratica e borghese- ed uno orientale – industriale e operaio – e la costruzione di una rete stradale e ferroviaria.

Nel 1839 si ebbe la creazione del “consiglio edilizio di città”, si inaugurò il primo collegamento ferroviario d’Italia -Napoli , Portici- che avvicinava Napoli ad Ercolano e alla Reggia di Portici, meta molto gettonata durante il Grand Tour.

Nel 1840 iniziò il dibattito sulla costruzione del quartiere industriale nella zona orientale, che risultava paludoso e poco adatta allo sviluppo industriale.

I “viaggi tecnici” divennero fondamentali come strumento di aggiornamento, per imparare dallo sviluppo urbano di altre città.

A Napoli tra il 1840 e 1880 furono realizzate diverse assi urbane : corso Garibaldi, rifacimento di via Toledo, via Duomo,e Corso Vittorio Emanuele.

Il corso Garibaldi venne progettato in seguito alla costruzione della ferrovia , stabilendo un collegamento con via Foria e la Marina, passando per dove erano le mura aragonesi.

Il corso Vittorio Emanuele rappresenta uno dei percorsi di maggiore importanza nell’800, concepita come una sorta di tangenziale sulle colline.

I lavori di costruzione del corso Maria Teresa , dopo l’unità d’Italia ribattezzato Corso Vittorio Emanuele iniziarono nel 1853 e terminano nel 1873.

Il quartiere circostante al corso Vittorio Emanuele già nel 1859 risultava essere aristocratico/borghese.

Via Duomo fu un tentativo di decongestionamento della parte antica che permetteva l’accesso diretto a via Marina e via Foria. Con una lieve pendenza si riuscì a risolvere il problema dei dislivelli dei tre decumani.

Via Duomo rappresenta un primo caso di sventramento ed è l’unica strada che altera il disegno dell’antico nucleo della città.

ViaDuomo

ViaDuomo

Nel 1860 il consiglio comunale di Napoli approva i lavori di prolungamento del corso Garibaldi, il collegamento del Corso Vittorio Emanuele con via Toledo, e con il Vomero.

Fu progettata la sistemazione del lungomare, isolando la villa comunale e stabilendo un piacevole percorso lungo la fascia costiera.

Nonostante la progettazione, i lavori andarono molto a rilento e in alcuni casi mai portati a termine data le difficoltà amministrative e burocratiche, influenzate dall’atteggiamento speculativo delle classi imprenditoriali.

Furono istituiti i Precetti d’Arte, indicazioni imprescindibili a cui dovevano sottostare tutti gli architetti, che andò a formare un elemento distintivo dell’immagine della città. – aspetto classicheggiante – questa normativa restò in vigore circa 20 anni dopo l’unità d’Italia.

dopo l’unità d’Italia a Napoli si assiste ad una continuazione delle opere iniziate o progettate durante il regime precedente.

Tra il 1861 e 1871 le condizioni igieniche della città peggiorarono sempre più, fino al 1884 periodo del colera e al successivo risanamento.

La legge nazionale del 1865 impose ai proprietari di contribuire per portar a termine opere pubbliche, questo rappresentò il primo passo per avviare le dinamiche di ristrutturazione dei centri storici.

negli anni successivi seguiranno i “piani di ingrandimento” , “ampliamento” , “abbellimento”.

Con l’unità d’Italia inizia il processo di unificazione della rete della mobilità nazionale che non poteva essere disgiunto dallo sviluppo dei centri storici.

Nell’area orientale di Napoli si sviluppò un polo industriale che vide la presenza di fabbriche siderurgiche e sedi manifatturiere , in particolare prodotti di pellame e manifatture tessili oltre alle ceramiche.

Questa concentrazione produttiva unita alla presenza della stazione ferroviaria suggerì alle amministrazioni programmi tesi alla crescita industriale del luogo.

Allo stesso tempo si ebbe un progressivo sviluppo scientifico e tecnologico che portò alla progressiva diffusione di tracciati ferroviari, e tentativi di pianificazione dello sviluppo della città.

Da un punto di vista sociale si riscontrò la definitiva affermazione della classe borghese e imprenditoriale che determinerà la trasformazione urbanistica dei grandi centri storici.

Sarà privilegiata la costruzione di luoghi e servizi per l’accoglienza turistica , il miglioramento dei sistemi di trasporto , siti di commercio,cultura , svago ma anche progettazione di strutture sanitarie , di rappresentanza e i cosiddetti “luoghi della memoria”.

Nell’Italia meridionale le politiche di sviluppo territoriale avviate durante il periodo borbonico, avevano un evidente derivazione dei procedimenti intrapresi durante il decennio francese -1806-1815-

Nel 1887 il comune di Napoli tornò a discutere la possibilità di un piano regolatore, per sviluppare di pari passo , industria,commercio e urbanistica, così come nelle altre città italiane.

La commissione che si occupò di redigere il piano regolatore propose la creazione di un canale navigabile , che permetteva il trasporto di merci , e allo stesso tempo risolveva il problema della bonifica dell’area, con lo sbocco a mare delle acque presenti in zona.

Le acque si sarebbero riversate ad una profondità di circa cinque metri dalla superficie del mare, permettendo il libero movimento delle acque da sempre elemento di malsania del luogo.

Oltre alla valenza produttiva erano previste nuove abitazioni destinate alla classe operaia.

Il piano regolatore del nuovo rione industriale fu approvato nel 1887 e inserito come opera di risanamento nei fondi spesa assegnati dalla legge speciale del 1885.

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L’Urbanistica di Ferdinando II

Con Ferdinando II di Borbone -1830/1859- si ebbe sviluppo urbanistico di Napoli.

Il Re stilò un programma teso ad integrare il nucleo antico con nuove zone di espansione all’esterno delle mura, caratterizzato da una serie di collegamenti viari , indispensabili per la realizzazione di nuovi quartieri.

Le zone di principale espansione furono ad oriente, luogo paludoso destinato all’espansione industriale e alle abitazioni operaie.

Ad occidente , zona ambita per le bellezze paesaggistiche, le residenze aristocratiche e borghesi.

L’esigenza di ristrutturare Napoli coincise con gli ideali di abbellimento e decoro avviati nelle principali capitali europee.

A partire dal 1840 si ebbe la risistemazione di via Foria , il rifacimento di via Toledo, e la creazione di via Duomo.

Si concretizzò la struttura viaria intorno all’antico centro della capitale.

Oltre alle opere già citate si ebbe la pavimentazione dell’Arenaccia che determinava un rapido collegamento con la costa, inoltre collegava tramite un asse viario est-ovest via Poggioreale con via Marina.

Nel 1853 Ferdinando II di Borbone decise la costruzione di una nuova strada che doveva collegare la zona occidentale con quella orientale della città, circuendo la cresta del colle di S.Martino fino a raggiungere Chiaia.

Corso Maria Teresa / Vittorio Emanuele

Corso Maria Teresa / Vittorio Emanuele

Il percorso piuttosto articolato fu suddiviso il tre parti e realizzato in tempi diversi.

Da Mergellina a Suor Orsola completato intorno al 1860 , da Suor Orsola fino a piazza Mazzini , -1873- ed infine il terzo tronco mai realizzato che doveva portare fino a Capodimonte.

Nel 1853 si inaugura il percorso, offrendo ai cittadini il più bel loggiato del mondo, una strada di cui si ammirava l’eccezionale aspetto panoramico.

Per l’apertura della strada realizzata con opere temporanee,in meno di due mesi erano stati impiegati 1000 operai e costruiti sei ponti in legno per superare i dislivelli.

L’aspetto della tutela paesistica si rivelò particolarmente interessante .

Lungo il corso Maria Teresa era vietato innalzare edifici, muri e costruzioni che impedivano la veduta della capitale.

Per la definitiva sistemazione della strada bisognò aspettare diversi anni, Il percorso fu modificato più volte, per necessità tecniche di costruzione.

Grande importanza doveva assumerlo slargo dinanzi la chiesa di  Piedigrotta che costituiva i luogo più rappresentativo della nuova strada.

I tecnici decisero di creare una grande piazza dinanzi la chiesa.

Contestualmente alla sistemazione della piazza si pensa alla pavimentazione della rampe di S.Antonio a Posillipo e il percorso fu reso più agevole dall’aggiunta di numerosi tornanti che portavano al convento di S.Antonio.

In seguito alla costruzione della prima ferrovia italiana che collegava Napoli-Portici Ferdinando II decise di inserire una nuova strada che collegasse la Marinella con porta Capuana.

L’idea di questo corso è in sintonia con i temi urbanistici ottocentschi europei legati alla costruzione di ferrovie e all’acquisizione di nuovi suoli per l’edilizia borghese a ridosso di fossati e mura antiche che non avevano più senso di esistere.

Così viene approvato un progetto successivamente modificato dal sovrano stesso, che prevedeva un tracciato regolare con una spesa contenuta, e la possibilità di sfruttare ampie aree per la costruzione di edifici.

Sulla base di queste indicazioni iniziarono i lavori di via dei Fossi che terminarono dopo il 1860.

Alcuni punti furono eliminati in corso d’opera come:

– piazza semi-ellittica all’angolo con via Marina.

– costruzione della chiesa del Buon Consiglio a Porta-Capuana.

Fu portata a termine la costruzione della chiesa dei santi Cosma e Damiano, il cui progetto fu rivisto più volta a causa degli ingenti costi di costruzione,

invece di avere una pianta a croce latina con tre navate e decorazioni neoclassiche , fu realizzata una chiesa con pianta longitudinale a navata unica , e con un abside semicircolare di dimensioni minori rispetto a quelle del progetto iniziale.

La nuova chiesa dei santi Cosma e Damiano fu aperta al pubblico nel 1851, e fu rimodificata nel corso del 900.

via Toledo:

Nel 1848 si ebbe la sistemazione di via Toledo con la rettifica della strada.

il lungo tratto viene suddiviso in 4 parti. I lavori in una prima fase procedettero celermente, in seguito subirono una serie di interruzioni a causa di problemi tecnici e imprevisti.

il completamento definitivo si avrà intorno al 1860.

Si studiarono diverse soluzioni per rendere via Toledo il più lineare possibile, creando slarghi lungo il percorso.

In un primo momento per esplicito volere del sovrano si prolungò l’asse viaria fino al museo nazionale.

Nel 1858 fu fatto il largo della carità : una piazza con un monumento a S.Gaetano .

Largo Carità

Largo Carità

La peculiarità della piazza ed in seguito di tutta via Toledo era l’illuminazione, per il quale erano stati acquistati all’estero globi di cristallo .

I progettisti affrontarono dal primo momento il problema della rettificazione, la strada con una sezione non regolare, provocava difficoltà di transito alle carrozze,e presentava ancora in alcuni tratti i resti della murazione aragonese.

Importante è la soluzione dell’incanalamento e scarico delle acque realizzando numerosi corsi secondari che scaricavano nella cloaca di mezzo , costruita nel viceregno spagnolo.

Questo accorgimento permise il deflusso delle acque sino al largo di palazzo con passaggio sotto la chiesa di S.Francesco di Paola e uno sbocco in mare nei pressi di Piazza Vittoria

Oltre al problema fognario venne risolto il problema dell’approvvigionamento idrico con la costruzione di canali che portavano in zona l’acqua del Carmignano.

Per la manutenzione degli edifici lungo la strada vennero adottati i Precetti d’Arte e redatte nel 1851 le norme per l’abbellimento della strada di Toledo.

Tra queste norme è interessante quella che riguarda le insegne dei negozi: “le mostre delle botteghe di ciascun edificio, quanto alla forma al colore ed alle scritte dovranno essere uguali o simli tra loro”.

via Duomo:

nel 1839 si ebbe la redazione del progetto di una nuova strada che passando dall’antico nucleo cittadino collegasse la zona nord con la parte meridionale della città.

Il nuovo percorso presentava una serie di piazze in corrispondenza dei decumani e delle estreme strade principali, secondo una logica tipicamente ottocentesca.

Si ebbe l’allargamento di una serie di strade strette che da settentrione fino alla marina attraversavano in sequenza il nucleo antico della città.

La costruzione della strada che doveva condurre al duomo sarà approvata dal re, il quale ordinò l’ampliamento dalla parte posteriore della chiesa di S.Severo

Ferdinando II indicò la realizzazione della via Duomo e la strada passante alle spalle della cattedrale , quest’ultima di particolare ampiezza magnificenza doveva essere denominata corso Ferdinando, cosa che mai accadde.

Nel 1863 iniziarono i lavori per la costruzione della via, ma le demolizioni necessarie , iniziarono solo nel 1860 con l’esproprio delle fabbriche ecclesiastiche.

Dai documenti emergono anche nel caso di via Duomo correzioni e indicazioni da parte del sovrano borbonico elaborati sia in fase di stesura progettuale che in corso d’opera, ma soprattutto emerge come al solito, la difficoltà di operare su alcune proprietà ecclesiastiche, che inciderà sul definitivo assetto dell’esecuzione.

Ferdinando II

Ferdinando II

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Il viceregno spagnolo

Don Pedro de Toledo nel 1532 arrivò a Napoli e trovò una città sovrappopolata , senza fognature, con strade mal lastricate e piene di supportici .

Don Pedro de Toledo

Don Pedro de Toledo

Il Re cercò di arginare questa situazione con numerosi interventi;

emanò un bando con la minaccia di pene pecuniarie per eliminare le pennate e i banchi.

Nel 1534 iniziò l’ammattonamento delle strade.

Si procedeva nel frattempo al restauro e alla costruzione di nuovi edifici.

Dato il continuo aumento della popolazione la città si estese oltre la cinta muraria espandendosi nei borghi di; Loreto, S.Antonio Abate, dei Vergini e di Chiaia.

La presenza di paludi ad oriente avevano fatto sì che si preferisse la zona occidentale per lo sviluppo della città – nonostante le difficoltà orografiche-

La strada di Toledo era tangente al vecchio nucleo della città, e sul lato occidentale vi erano i quartieri Spagnoli , verso il mare iniziava la costruzione del palazzo vicereale.

Il piano di Don Pedro de Toledo fu il primo ed unico grande episodio di intervento urbanistico della città.

La necessità nacque dal costante aumento della popolazione napoletana che da 155.000 abitanti nel 1528 arrivò, nel 1547 a 212.000 unità.

Dopo questo ampliamento il Re cercò con leggi restrittive di impedire l’espansione oltre la cinta muraria .

Tra il XV e XVI secolo numerose furono le prammatiche che proibivano l’espansione nei borghi e lungo la collina di S.Martino.

Questa politica urbanistica era giustificata dall’impedire la migrazione dalle campagne verso il centro della città (lo spopolamento delle campagne metteva in pericolo l’economia agricola), e dalla necessità di difendere la città lasciando un’ampia area libera da abitazioni sia all’interno che all’esterno delle mura.

Questa politica ebbe conseguenze estremamente negative.

Nei quartieri Spagnoli ed in quasi tutti quelli centrali della città ,sovrastrutture alterarono le fabbriche già esistenti, aumentandone le altezze ed occupando spazi interni precedentemente lasciati verdi.

La situazione già deficitaria veniva aggravata dallo squilibrio tra edilizia civile e edilizia religiosa.

Squilibrio che aumentò dopo la controriforma quando a Napoli giunsero nuovi ordini per arginare lo sviluppo delle tendenze luterane e calviniste.

In osservanza alle nuove disposizioni si procedette all’abbattimento delle vecchie fabbriche monastiche bizantine e romaniche, a favore dei nuovi organismi conventuali architettonicamente assai simili tra loro.

Intanto la popolazione aumentò a ritmo costante, nel 1614 si contavano 327.961 abitanti che alla metà del 600 divennero , 425.000. Dopo la peste del 1656 la popolazione calò drasticamente arrivando a 140.000 abitanti.

Neanche in seguito alla peste furono presi provvedimenti per un miglioramento urbano, segno che le condizioni del popolo napoletano erano indifferenti alle autorità spagnole.

Nei primi anni del 600 di portava a conoscenza Filippo III della situazione in cui era Napoli e della volontà dei napoletani di abbandonare la città in cerca di un posto che gli desse una casa, qualora il Re non si decidesse ad intervenire.

Invece di approfondire le cause di tali richieste , il re agì per interesse, per evitare che i contadini lasciassero le proprie terre e di conseguenza non pagando le tasse, iniziò ad elargire permessi edilizi.

Chi aveva costruito con licenza regolare non sarebbe stato multato, chi aveva trasgredito al precedente divieto, doveva pagare il 5% del valore della fabbrica.

Per avere la licenza edilizia bisognava invece pagare una tassa del 10% sul valore del fabbricato.

Così facendo Filippo III cercò di avere un maggiore controllo sulle costruzioni , ma l’aumento demografico e il bisogno di abitazioni erano più forti di qualsiasi limitazione.

Il carattere illegale porto ad un edilizia sciatta nei borghi, mentre nelle mura , le case raggiungevano altezze impressionanti, configurando la struttura urbana che rimarrà invariata fino al XIX secolo.

Il viceré autorizzava la costruzione di abitazioni solo dopo pagamento delle tasse , privando la possibilità di costruzione alle classi meno agiate, ed ordinò la più totale repressione, nonostante i cittadini continuassero a costruire abitazioni illegalmente.

Con Filippo III aumenta lo squilibrio tra edilizia civile ed edilizia monastica , poiché le licenze edilizie erano concesse con estrema facilità ai monasteri , in quanto il potere regio aveva bisogno del sostegno economico e morale delle comunità conventuali per consolidare la propria autorità.

La plebe risultò ancor più colpita da questo modo di fare , in quanto il denaro accumulato dai preti non solo non veniva utilizzato in investimenti produttivi , ma era in gran parte inviato allo stato pontificio.

Nei primi anni del 700 furono analizzati i fattori che avevano influito negativamente sulla città durante l’età spagnola, ed emersero fattori del tutto nuovi come; apatia del governo , corruzione dei magistrati, accanimento del fisco nei confronti della parte povera della popolazione.

Il risultato della guerra di successione spagnola , determinò la fine del viceregno , risolvendo in parte le annose vicende.

il 7 luglio 1707 il conte Duan entrò in città a comando delle armate imperiali e fu nominato primo viceré Austriaco.

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