Storie e Racconti

Il fantasma della bella Bianca

 Racconto di tradizione popolare

Tra le belle balaustre dello scalone di palazzo Spinelli di Laurino, posto in via dei Tribunali, c’è chi giura di vedere spesso il fantasma della bella Bianca.

Orfana, cresciuta tra le sale del palazzo, bianca fu assegnata come damigella a LorenzaSpinelli, nuora del principe. Questa era una donna perfida e prepotante , tanto che il marito, pur di starle lontano per qualche tempo decise di andarsene in guerra.

Entrato nelle stanze della moglie per salutarla, come al solito si sentì rispondere sgarbatamente. Seccato, il marito girò le spalle per andarsene ma propio in quel momento il suo sguardo incontò nello specchio lo sguardo mortificato della buona e bella Bianca che stava pettinando la signora, mortificata per l’accaduto.

Era uno sguardo del tutto innocente, ma la malvagia signora, alla quale non era sfuggita quell’intesa di occhi la pensò diversamente.

Il marito non era ancora in fondo alla strada che fece entrare bianca in un vano del muro della sua stanza e le fec inalzare davanto una parete di mattoni.

la povera ragazza non si poté difendere in alcun modo,disse soltanto:” famme pure murà viva, ma in allegrezza o in grandezza tu me viderraje”. Si racconta, infatti, che il suo fantasma compariva molto spesso in quel parazzo all’uno o all’altro degli Spinelli, sempre tre giorni prima che alla famiglia accadesse un fatto lieto o una sventura.

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Il Fantasma e la berretta

racconto del 1700

Poco lontano dalle catacombe di S.Gennaro a Capodimonte c’era un’osteria.

Una sera arrivarono presso il l’ovale due viaggiattori.

chiacchierando con una bella ragazza che li serviva, presero a parlare di morti e delle loro apparizioni; la ragazza disse di non avere alcuna paura, tanto è vero che – disse – mentre nessuno sarebbe andato a quell’ora ad attingere acqua presso il bosco, perchési doveva passare davanti al cimitero, lei ci sarebbe andata subito.

Detto fatto , prese il secchio e si avviò, passando davanti all’ingresso delle grotte vide nel mezzo, seduto su una pietra sepolcrale, un vecchio dalla lunga barba bianca, con un berrettorosso in testa .

la ragazza lo scambiò per lo stalliere dell’osteria, gli si avvicinò e gli tolse di capo il berretto dicendo:” te lo renderò poi a casa.” Tornando seppe che lo stalliere non si era mai mosso e infatti, aveva in testa la sua berretta rossa.

A notte la ragazza salì in camera portando con se il copricapo del vecchio misterioso;

a mezzanotte in punto sentì picchiare alla porta e una voce fioca disse:” Dammi la mia berretta, dammi la mia berretta”. LA giovane aprì, ma non vide nessuno, tentò allora di gettare la berretta rossa dalla finestra, ma quella tornò sempre indietro.

Per molte notti lo spirito tornò a bussare alla stanza e infine la ragazza andò a confidarsi con il parroco, che decide di fare una grande processione.

la sera dei morti infatti, un grande corteo composto dalla gente dei casali vicini, con croci, immagini di santi e ceri si recò alle catacombedi S.Gennaro.

il vecchio er seduto sulla pietra sepolcrale a capo scoperto, tra un fumare di incensi al suono dei cantici, la ragazza coraggiosa gli si avvicinò, e gli pose in capo il tanto desiderato copricapo.

La pietra del sepolcro allora si spalacnò con un rombo di tuono e l’uomo vi sprofondò.

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Il sarto che odiava Re Alfonso

 Racconto di tradizione popolare

Viveva a Napoli, nella prima metà del 400, un sarto di nome Francesco.

Nello scontro tra Aragonesi e Angioini aveva sceltogli Angioini e parteggiava per lo sconfitto re Renato.

astro Francesco ( così si chiamava ) era considerato un capo popolo e non perdeva occasione per sparlare degli spagnoli e difendere i francesi.

Odiava tanto Alfonso che non si preoccupava di manifestarlo pubblicamente.

tutto ciò venne riferito al sovrano che, per sua conoscenza e per suodivertimento, volle poter udire personalemente gli insulti del sarto.

Decise di uscire a cavallo fra la gente, girando fra le strade della città, capitò dov’era mastro Francesco, il quale non si stancava di insultarlo.

Alfonso, che sapeva trattarsi del sarto stette attento a quanto quello andava dicendo al suo passaggio. ” E come sei bravo a cavallo”, disse a voce un poco alta. ” quanta superbia e quanta arroganza hai.Vedrai che durerà poco, perché verrà Re Renato e ti caccerà via.”

Il Re dopo questo episodio mandò a chiamare Mastro Francesco.

Il sarto, Che forse era più bravo a parlare che ad agire, cominciò a tremare di paura.

Già si immaginava impiccato ad una corda nella pubblica piazza, tanto che pensò di far testamento edi affidare alla moglie , i figli e tutte le sue cose.

Si recò al palazzo dove fu accolto con cortesia , inchini e riverenze da dignitari e funzionari.

Poi, giunto al cospetto del Re, rimase ancora più stupito dall’accoglienza che gli fece il sovrano e dalla sua gentilezza.

“Mi servirò della tua arte”, gli disse Alfonso, ” e dei tuoi servigi, perché so quanto tu mi sei legato e come parli bene di me”.

Francesco a queste parole si spaventò ancora di più credendo che il Re volesse prendersi gioco di lui prima di condannarlo a morte.

Alfonso continuò s questo tono e prima di licenziarlo gli regalò un sacchetto di scudi d’oro per la sua famiglia e i suoi bisogni.

Ancora esterrefatto Francesco tornò a casa, raccontò ogni cosa alla moglie elogiando il Re spagnolo, lodandolo e modficando totalmente l’opinione che avev avuto di lui fino a poco tempo prima.

Questo è solo uno degli episodi tramandati su alfonso d’aragona .

pare che egli fosse un dovrano benevolo con i napoletani: una strategia studiata apposta per non accrescere l’amore che essi provavano per i francesi.

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Un’Antica Superstizione

Racconto di tradizione popolare

Nel 1500 esisteva a Napoli, nell’attuale Piazza Ottocalli, una chiesa dedicata ai santi Giovanni e Paolo.

La strada era larga e priva di costruzioni o abitazioni.

Nel mezzo della strada e proprio davanti alla chiesa, si trovava una colonna di marmo di cui nessuno conosceva il significato ne l’origine.

Un significato, però, glielo dette la gente del posto, che , sostenuta dal parroco, attribuì alla colonna uno speciale potere: quello di provocare la pioggia o il bel tempo a seconda delle esigenze e delle richieste del popolo.

Una superstizione, che però andò avanti per parecchio finché l’arcivescovo Annibale di Capua la vietò con un provvedimento del 1590 e fece addirittura demolire ed eliminare la colonna impedendo qualsiasi possibilità di rinascita dell’incredibile superstizione.

questa l’usanza dei napoletani. Quando i contadini desideravano il sole per i loro campi e il tempo, invece, non era al bello, si recavano dal parroco della chiesa di S.Giovanni e Paolo e gli chiedevano di organizzare una processione votiva per ottenere la grazia dal cielo.

Allora il parroco con tutto il suo seguito e la cittadinanza appresso, girava dal lato destro della colonna e si fermava a pregare.

Poco dopo il cielo si rasserenava, le nuvole sparivano e un bel sole brillava nel cielo con grande gaudio dei napoletani.

Se invece la richiesta era di pioggia perché il troppo caldo rovinava le colture, la processione si muoveva in senso opposto, girava, cioè, dal lato sinistro della colona verso il mare, recitava l’orazione prevista, e subito dopo pioveva a dirotto.

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Il Miracoloso salvataggio di Costantino

Racconto di tradizione popolare.

Re Costantino stava tornando a Roma con la figlia Costanza e la nipote Patrizia, quando la sua nave fu colpita da una violenta tempesta.

Il re allora promise a Dio che, se si fossero salvati dal naufragio avrebbe fatto edificare a Napoli una chiesa a S.Giovanni Battista.

Le due donne invece, pregarono S.Lucia perché le salvasse dal pericolo e facesse rientrare la nave in porto senza incidenti.

Con le preghiere la giovane Costanza fece un solenne voto alla santa cui era devora:

se fossero rientrati senza pericolo avrebbe destinato alla costruzione della chiesa voluta dal padre una sua somma personale di denaro.

Dio ascoltò le loro invocazione e li fece approdare a Napoli tranquillamente.

Re Costantino e sua figlia Costanza dettero subito il via ai lavori per mantenere fede alla promessa e al voto.

La chiesa fu in seguito arricchita di dipinti e oggetti preziosi e divenne centro dei culti di S.Giovanni a giungo e S.Lucia a dicembre.

La chiesa di S.Giovanni Maggiore sorge nel centro storico di Napoli , tra le quattro maggiori parrocchie della città.

Fù edificata al posto di un tempio pagano dedicato ad Antinoo dall’imperatore Adriano.

Subì numerose modifiche e restauri, e nel 1685 assunse la forma definitiva.

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Sorella Solfatara

 Nicolò Lombardo, La Ciucceide, 1724
 
Sappiate dunque, che in questa montagna,
dove entreremo, ci sta un Orco.
Questo non scende mai per questa campagna,
ma resta sempre chiuso là, come un porco.
E che cosa mangia là dentro?Che mangia?
Mangia pietre, schifzze. Com’è sporco!
Mangia oro, piombo, argento!
 
Si chiama il Vesuvio ed ha una sorella,
anche lei un’orca e si chiama Solfatara,
che sta poco lontano, e uscirono fuori
tutti e due da un ventre; e cosa rara,
come sono tutti e due di uno stesso amore.
Se quella è allegra, si rischiara
la faccia di quest’altro; ma se questo
si infuria, quella comincia ad agitarsi
 
Se questo sfumacchia, quella fuma;
se quella ha fame, questo ne ha desiderio.
Beve questo? Quell’altro prende l’acqua.
Quella cammina, questo alza la gamba.
Quella sta con la faccia da infedele?
E questo esplode e ti fa chiamare mamma.
Insomma, se quella ride, ride questo;
Se questo piange, piangere la vedi.
 
Una cosa soltanto ha questo che non ha quella;
e si vede che questo è corpulento
e quella accanto a questo è un’alicella.
Questo fa certe cose più sporche,
perché è solito soffrire si cacarella;
e qualche volta vomita per niente;
e quando lo vuole fare, davanti alla bocca
sale per questa montagna e te l’abbocca.
 
 
 
 
 
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La magia del vulcano

 racconto orale del 1800

Un giorno si presentò al Vesuvio un uomo di nome Mauro con un volto nero come la notte e chiese alla magia del vulcano di essere trasformato in un uomo normale.

la sua preghiera fu esaudita. All’improvviso comparve un’Angelo che lo portò nell’area del cratere e soffiandogli sul viso gli fece la pelle bianca come la neve.

Così i due crateri furono chiamati Angelo e Mauro.

Ma non tutte le storie del vulcano finiscono bene: quando un malvagio monaco invocò il Vesuvio chiedendogli aiuto per attuare un suo cattivo disegno, la montagna si sdegnò cacciando dal cratere una colonna di fuoco e mandando giù un cavallo magico con gli occhi di fiamma e la crinieria di serpente.

L’animale rincorse ilmonaco e quando lo raggiunse battè con lo zoccolo sul terreno che si aprì ingoiando il malvagio.

Quei luoghi furono poi chiamati “Atrio del Cavallo” e “Monaco”.

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La maga del Vesuvio

racconto orale, riferito all’eruzione del 1858

Si racconta che dopo un’eruzione del Vesuvio che aveva riempito di lava il fosso grande, in una notte del mese di novembre un’urlo straziante e disumano aveva svegliato gli abitantiMaga della zona.

L’urlo fu sentito anche nelle notti seguenti creando il terrore tra la gente.

i contadini si armarono di roncole e di fucili e all’alba partirono per una perlustrazione alla ricerca dell’origine dello spaventoso grido.

Batterono il terreno palmo a palmo, ma non trovarono nulla.

Nessuno sapeva dare una spiegazione e tutti avevano paura.

Fu così che, mentre si interrogavano sul da farsi, ci fu chi suggerì di rivolgersi alla “vecchia’e Mattavona”, una fattucchiera che abitava alle falde del Vesuvio.

Detto fatto, i contadini andarono in processione dalla megera. La vecchia si recò sul posto e pronunciò alcune incomprensibili formule magiche. Da allora l’urlo scomparve e i contadini ripresero a dormire di notte.

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La Nascita di Capri

Pompeo Sarnelli, Posilicheata

Vedrai, appresso, la montagna di Somma, che prima si chiamava Vesuvio.

Era costui un gentiluomo di Napoli, che si innamorò, purtroppo, di una signora di casa Capri che, a quei tempi era casata di seggio.

E, poiché i parenti non vollero acconsentire al loro amore, qunto più essi si amavano, tanto più vedevano delusi i propri propositi.

Anzi i parenti mandarono la signora a stare a capo Minerva.

Dove, non potedo vedere il suo amante, un giorno che andava a spasso in una barca, si gettò in mare, e diventò un’isola, che ancora oggi si chiama Capri.

Vesuvio, ricevuta la notizia, cominciò a gettare sospiri di fuoco, che a poco a poco diventarono una montagna, che si chiama Somma, e poiché vede sempre la sua innamorata, pur se è un monte, arde d’amore e lancia fuoco: e quando va in collera fa tremare la città di Napoli che si pente, inutilmente di non avergli dato ciò che desiderava.

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Il Vesuvio

Gli Amanti Bugiardi – E. Cossovich 

Quante avventure e di quante diverse specie hanno luogo spesso sul Vesuvio!

Narrasi come due inglesi, un signore ed una giovaneta, si accodarono insieme per eternizzare il loro amore sulle vette del nostro monte.

Innanzi al fumante cratere rinnovaronsi i giuramenti di costanza e di fedeltà, e chiamando in testimoni gli elementi, promisero che qualunque di essi fosse stato tradito, sarebbesi precipitato nel mugghiante cratere.

Ma non passò un anno che la gentil miss diede la mano ad un ricco gentiluomo napoletano e il tradito amante per la disperazione si precipitò… nelle voragini commerciali e si spinse a sposare la figliuola di un banchiere, la quale giurava meno ma giurava di più.

Il Vsuvio cedette volentieri la sua vittima, da che possiamo argomentare che l’uomo (preso nel suo più ampio senso) in Inghilterra o altrove è sempre lo stesso.

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