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La Nascita di Capri

Pompeo Sarnelli, Posilicheata

Vedrai, appresso, la montagna di Somma, che prima si chiamava Vesuvio.

Era costui un gentiluomo di Napoli, che si innamorò, purtroppo, di una signora di casa Capri che, a quei tempi era casata di seggio.

E, poiché i parenti non vollero acconsentire al loro amore, qunto più essi si amavano, tanto più vedevano delusi i propri propositi.

Anzi i parenti mandarono la signora a stare a capo Minerva.

Dove, non potedo vedere il suo amante, un giorno che andava a spasso in una barca, si gettò in mare, e diventò un’isola, che ancora oggi si chiama Capri.

Vesuvio, ricevuta la notizia, cominciò a gettare sospiri di fuoco, che a poco a poco diventarono una montagna, che si chiama Somma, e poiché vede sempre la sua innamorata, pur se è un monte, arde d’amore e lancia fuoco: e quando va in collera fa tremare la città di Napoli che si pente, inutilmente di non avergli dato ciò che desiderava.

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Il Vesuvio

Gli Amanti Bugiardi – E. Cossovich 

Quante avventure e di quante diverse specie hanno luogo spesso sul Vesuvio!

Narrasi come due inglesi, un signore ed una giovaneta, si accodarono insieme per eternizzare il loro amore sulle vette del nostro monte.

Innanzi al fumante cratere rinnovaronsi i giuramenti di costanza e di fedeltà, e chiamando in testimoni gli elementi, promisero che qualunque di essi fosse stato tradito, sarebbesi precipitato nel mugghiante cratere.

Ma non passò un anno che la gentil miss diede la mano ad un ricco gentiluomo napoletano e il tradito amante per la disperazione si precipitò… nelle voragini commerciali e si spinse a sposare la figliuola di un banchiere, la quale giurava meno ma giurava di più.

Il Vsuvio cedette volentieri la sua vittima, da che possiamo argomentare che l’uomo (preso nel suo più ampio senso) in Inghilterra o altrove è sempre lo stesso.

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Pozzuoli

La Solfatara

In tempi antichi la Solfatara era conosciuta come piazza di Efesto, dove già allora era osservabile il vulcanesimo dei Campi Flegrei.

Il solo resto monumentale del Rione Terra resta il tempio di Augusto, conservato integralmente perché trasformato in chiesa di S.Procolo nell’ XI secolo.

La chiesa subì mutazioni tra il 500-600 durante la costruzione delle cappelle laterali.

I restauri in seguito ad un incendio hanno portato alla luce uno dei migliori esempi dell’architettura augustea.

Fu costruita dall’architetto Lucio Aucto che realizzò le cripte di Cuma e Napoli .

Fuori dal Rione Terra numerosi sono i ruderi ormai inglobati dalle case moderne.

Monumenti come il Tempio di Diana e Nettuno sono di difficile accesso, ma la loro grandezza testimonia l’importanza della città in età tardo repubblicana e imperiale.

Anfiteatro Flavio

Situato tra la solfatara e il monte Guaro , lì dove confluivano le vie più importanti, – Domitiana , Campana e Antiniana.

L’Anfiteatro Flavio fu costruito per volere di Vespasiano in seguito all’aumento della popolazione di Pozzuoli, allora colonia flavia-augusta.

Ciò è dimostrato dal ritrovamento dell’iscrizione Colonia Flavia Augusta Puteolana pecunie sua .

L’anfiteatro aveva tre ordini architettonici coronati da un attico.

Un portico ellittico circondava l’edificio, attraverso di questo si accedeva a quattro ingressi maggiori e dodici secondari , per facilitare l’uscita degli spettatori.

Dal portico esterno partivano venti rampe di scale che permettevano di raggiungere i settori più alti.

Altri luoghi di riunione furono ricavati negli archi sotto la cavea.

Nella prima arcata vi era un podio per statue con pavimento in marmo con iscrizioni dedicate a Caio Trofimiano.

La cavea era divisa in tre fascie, al di sopra di queste vi era un portico con colonne e statue che nel medioevo furono utilizzate per la produzione di calce.

Ben conservati restano gli ambulacri e i sotterranei in quanto ricoperti dalle ceneri della solfatara.

Ai sotterranei si accede attraverso due ripide scale.

Osservando i sotterranei possiamo capire il funzionamento dell’impianto di sollevamento, indispensabile per i Venationes, ovvero gli spettacoli con le bestie feroci.

Inoltre vi era conservato il necessario per gli spettacoli.

I sotterranei erano composti da due corridoi incrociati al centro ( assumendo una forma di H )

i quattro ambienti erano comunicanti tra loro.

Il corridoio era munito di bocche di pietra con botole di legno dal quale si sollevavano gli animali .

Anche questo come altri anfiteatri è legato al martirologio cristiano.

Qui vi fu condotto S.Gennaro per subire il supplizio, ma la condanna fu sospesa a causa dell’assenza del governatore della Campania, così la pena si commutò in decapitazione.

Solo nel V secolo le reliquie traslarono a Napoli diventando meta di culto come quelle di S.Procolo a Pozzuoli.

Oggi di questo anfiteatro è possibile osservare solo una decina di arcate , e la cavea da Via Solfatara, altre arcate sono osservabili da Via Vigne .

L’edificio è da datarsi II secolo.

Il Macellum

conosciuto come Tempio di Serapide per il ritrovamento della statua del dio nel 1750, il Macellum è in realtà un mercato pubblico, con un edificio rotondo al centro, (della stessa tipologia lo si trova a Pompei seppur di dimensioni ridotte) di grandi dimensioni in quanto doveva servire il centro di una grande città commerciale.

L’edificio ha un corte a pianta quadrata circondata da trentasei colonne di ordine corinzio, decorate con conchiglie contenenti delfini.

La corte ed il portico erano pavimentate con lastre di marmo.

Al centro vi è un edificio circolare chiamato Tholos, con le mura rivestite di marmo.

Si accedeva alla corte da quattro scale, con quattro parapetti a forma di delfino con fregi di animali marini.

Sedici colonne corinzie sostenevano l’architrave e su di questo vi poggiava la copertura forse a forma conica.

Intorno al portico vi erano le btteghe , sei dal lato dell’ingresso e undici sugli altri due lati.

La necessità di aumentare lo spazio utilizzabile, fece si che si sviluppasse un secondo piano ornato da un secondo ordine di colonne ed accessibile attraverso due rampe di scale.

Agli angoli vi erano i bagni, decorati da nicchie di marmo, e illuminati da una grande finestra.

Banchi marmorei forati comunicavano con un canale di scarico che grazie ad un adeguata pendenza facevano fluire le acque e garantivano l’igiene.

Il punto più importante del Macellum era rappresentato dall’aula absidata abbellita sul davanti da statue onorarie.

Importante era la pavimentazione con marmi rossi, gialli, violetti e verdi .

Tre nicchie contenevano le statue dei protettori del mercato- Serapide – Genius -Macelli – personaggi della famiglia imperiale.

Dal tempio di serapide è possibile osservare il fenomeno del bradisismo sulle tre colonne centrali , o

i fori lasciati dai datteri di mare, dimostrano il livello raggiunto dal mare.

Nel medioevo il pavimento era cinque metri sotto il livello dell’acqua. Nel 700 il tempio andava riemergendo, ancora nell’800 il lento sprofondare lo rese malsano.

Macellum - Tempio di Serapide

Macellum – Tempio di Serapide

Il Proto

il porto è il centro economico della città.

Dal II secolo A.C. fu un importante centro di traffici del mediterraneo, per Pozzuoli passava qualunque cosa dovesse raggiungere Roma , dagli schiavi al grano.

Del vecchio molo a seguito della costruzione del nuovo, non resta nulla,se non per qualche raffigurazione sette-ottocentesca non avremmo mai saputo quale fosse l’aspetto del vecchio porto, ritenuto una delle maggiori opere di ingegneria del tempo.

Il vecchio porto era formato da 15 pilastri che reggevano 15 arcate su cui poggiava una piattafrorma, alla cui estremità vi era un arco trionfale con statue di Nettuno e dei Dioscuri e probabilmente un faro.

Questa struttura di epoca augustea fu danneggiata da un tempesta e restaurata solo nell’epoca di Antonino Pio.

Via Campana

Via Campana è la principale strada exstraurbana di Pozzuoli, era orlata di tombe monumentali che oggi ci danno un’idea dei costumi e dell’architettura funeraria romana.

Tra le diverse tombe prevale il sepolcro a colombaro , ovvero camere con pareti traforate per alloggiare le urne cinerarie.

A due o più piani i sepolcri erano spesso scavati a torretta .

Di frequente sono risultate essere tombe familiari o di associazioni che assicuravano un funerale dignitoso con un costo limitato.

La cremazione è la pratica più diffusa, il defunto veniva brucato al rogo e le ceneri conservate in un urna cineraria e successivaente posta nel loculo.

Una volta posta l’urna nel loculo veniva indicato solo il nome e l’età del defunto.

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Le Catacombe

Le colline tufacee fin dall’età antica si sono prestate alla costruzione di tombe sotterranee.

Le catacombe cominciarono a svilupparsi dal II secolo fino al X° ( al II secolo risalgono le pittore più antiche conosciute).

Il cristianesimo si diffuse dal I secolo, e di questo sviluppo ne sono testimonianza i privilegi dati dall’imperatre Costantino , un esempio è la costruzione del Battistero di San Giovanni in Fonte.

Massima espressione della cultura paleocristina sono: Le Catacombe di S.GEnnaro- S.Gaudioso-S.Eufebio .

S.Gennaro.

Così chiamata dal nome del vescovo di Benevento martire a Pozzuoli nel 305.

Le reliquie traslarono a Napoli nelle catacombe nel V secolo.

Si ha accesso dalla chiesa del Buon Consiglio .

Il nucleo originario era un ipogeo gentilizio di una famiglia cristiana del II secolo.

Numerosi furno i lavori di espansione,che terminarono nel IV secolo con il raggiungere di un secondo livello di gallerie.

Nel V secolo i fedeli volevano essere seppelliti di fianco al santo, e fu necessario un ulteriore ampliamento con l’apertura di nuovi cubiculai.

L’antica tomba è formata da una sala trapezoidale con al centro una fonte battesiamle, voluta da Paolo II.

Nel 776 si ha la ridipintura dell’aula con l’affresco del battesimo di Cristo.

A Sud troviamo la basilica di Agrippino risalente al V secolo, degne di nota sono le pitture raffiguranti il santo che guarisce il Moro, opere risalenti alla metà del IX secolo.

Alle spalle del vestibolo si trovano i sepolcri.

La catacomba superiore risalente al III secolo, è formata da due ambienti quasi quadrati comunicanti tra loro attraverso una scalinata.

Che il sepolcro appartenesse ad una comunità cristiana , è dimostrato da un affresco di Adamo ed Eva sul soffitto.(risalente al III secolo)

Mal conservata è la scena di due donne che costruiscono una torre, tratta da un opera greca “il pastore di erme”.

Il centro della catacomba è la Cripta Dei Vescovi.

Cripta dei Vescovi

Cripta dei Vescovi

Decorata da mosaici che ritraggono vescovi del V secolo , notevole è quello del vescovo di Cartagine , un campo circolare di tessere dorate circondano il vescovo africano riconoscibile dalla diversa colorazione delle tessere, che regge il libro degli evangeli.

In questa stessa cripta furono sepolti tutti i vescovi del Vsecolon ma l’assenza di iscrizioni non ne permette l’identificazione.

Cataomba di S.Gaudioso.

Si trova presso la chiesa di S.Maria della Sanità.

Deve il suo nome ad un vescovo africano che morì esule a Napoli nel 452.

E’ possibile accedere alle catacombe attraverso un passaggio sotto l’altare.

Si accede ad una doppia fila di cubiculi , ritrovati dopo che nel 1616 i domenicani avevano ostruito il passaggio con dodici altari .

La tomba di S.Gaudioso è riconoscibile dall’epitaffio in mosaico in cui è appunto raffigurato il santo.

Catacombe di S.Eufebio.

Devono il nome all’VIII vescovo di Napoli.

Le catacombe furono riscavate nel 1931 i due affresci ritrovati risalgono uno al V secolo ( orante con tunica rossa tra due santi ) la seconda pittura rappresenta una defunta tra gli arcangeli Michele e Gabriele.

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Napoli

Napoli

Riconducibile alla città Greco-Romana è il nucleo antico della città (Rettifilo – Via Foria – Via Tribunali). Strade che ricalcano l’antico asse viario della città. (composto da assi verticali “Decumani” e assi orizzontali “stenopoi” caratteristica dell’urbanistica greca del V secolo.)

La zona dove sorse Neapolis fu fortificata da mura di tufo.

Successivamente si ebbe la necessità di rinforzare la cinta murararia e in parte costruiure ex novo.(IV sec.)

Grazia alla rettifica dell’asse muraria la città riuscì a resistere all’attacco di Annibbale.

Resti di queste fortificazioni ancora oggi sono presenti in Piazza Bellini.

In età Romana i restauri delle mura portarono a coprirle di intonaco e nel 440 furono ampliate ad ovest per la difesa del porto dai Goti .

I resti ancora oggi visibili a Piazza Bellini sono composti da blocchi di tufo a doppia cortina con doppio sistema di speroni , per qualità del tufo e tecnica costruttiva e soprattutto dati i segni di cava, è possibile datare questi reperti al IV secolo ed è possibile ipotizzare che questa linea muraria appartenesse ad una torre difensiva .

scavi archeologici di Piazza Bellini

scavi archeologici di Piazza Bellini

Sotto l’ospedale degli Incurabili è presente un altro tratto di mura risalenti al V secolo.

Costruita in blocchi di tufo Granuloso alti 10,50 metri.

Il muro è saldo alla collina grazie ad una serie di speroni posti a circa 3 metri uno dall’altro .

Rari sono i segni di cava, che sono invece frequenti sui blocchi del IV secolo.

Il Tempio dei Dioscuri

Gli Dei patri della città erano Apollo , Demetra e i Dioscuri.

La venerazione del dio Apollo, è da ricondursi all’Apollo fondatore della madrepatria Cuma.

Demetra era venerata a Napoli come Altaea ed in suo onore si celebrava la festa delle lampadoforie.

Dei Dioscuri,conserviamo resti nella chiesa di San Paolo Maggiore.

La chiesa di San Paolo Maggiore sorse tra il VIII e il IX secolo esattamente sopra il tempio preesistente dedicato ai Dioscuri .

La struttura antica si conservò fino al 1538 quando vennero in parte demolite dai padri Teatini per costruire l’attuale chiesa con la facciata e l’aspetto che possiamo osservare oggi.

Dell’aspetto antico restano solo disegni rinascimentali ad opera del Palladio.

Grazie a questi disegni è stato possibile ricostruire l’architettura e lo stile del tempio , che si presentava posto su un podio con fronte esastila , con due colonne di ordine corinzio sui risvolti.

I pochi resti pervenuti sono di età romana e quasi certamente sono stati modificati da un restauro avvenuto intorno al I sec.

Il Teatro Antico

Del teatro antico pochi sono i resti, i pochi reperti pervenuti sono di età Romana.

L’impossibilità di effettuare scavi, rende l’ipotesi della presenza dell’antico teatro greco, esattamente sotto i resti del teatro conosciuto, non verificabile.

Le testimonianze letterarie che ci raccontano del teatro sono esclusivamente di età Romana, legate alla passione di alcuni imperatori per il teatro.

Claudio Nerone considerava l’opera teatrale napoletana, l’unica da potersi considerare degna di essere vista da un imperatore della sua importanza.

A Nerone si deve l’invenzione della “Claque” ovvero gruppo di persone incaricati di manifestare rumorosamente il loro apprezzamento per l’opera in corso.

Ben conservato è l’edificio della scena.

Il prospetto esterno era articolato su tre ordini, ognuno da 23 archi , su pilastri ai quali si addossavano semicolonne.

La capienza era di circa 8000 persone.

L’assenza di scavi rende difficile da datazione dei resti, che sembrano essere del I sec.

Sappiamo con certezza che fu danneggiato da diverse scosse di terremoto e dall’eruzione del vesuvio del 79, ma resta sconosciuta seppur plausibile la possibilità che i resti oggi pervenuti siano stati sottoposti ad opera di restauro .

Accanto al teatro vi era l’ Odeion. Ne lascia testimonianza Stazio poeta napoletano vissuto ai tempi di Domiziano.

Di questo edificio oggi sono presenti scarsissimi resti incorporati negli edifici moderni .

Di altri edifici nelle vicinanze come le terme e il caesareum ( pinacoteca ) resta solo il ricordo letterario.

Statua del Nilo

Piazza Nilo prende il nome dall’omonima statua che rappresenta una divinità fluviale.

La statua rappresenta un vecchio sdraiato, poggiato con il fianco sinistro su una roccia da cui sgorga acqua. E’ coperto da un mantello anteriormente e nudo posteriormente. Sotto i piedi ha un coccodrillo, e la presenza della sfinge allude all’Egitto.

Fu ritrovata nel 500 e solo nel 1734 fu collocata sull’attuale basamento.

In seguito a diversi e importanti restauri ben poco resta del suo aspetto originale.

Statua del Nilo

Statua del Nilo

Sepolcro di Virgilio

presso la chiesa di Piedigrotta è possibile osservare il sepolcro del poeta Virgilio.

E’ un monumento funerario a basamento cubico,la struttura muraria è in opera cementizia.

All’interno del basamento vi è la camera sepolcrale, a pianta quadrata con volta a botte illuminata da tre feritoie.

Agnano

Di fronte allo stabilimento termale nuovo , sono stati rinvenuti dei rudere che ci permettono di stabilire con certezza l’esistenza di un complesso termale ben più antico.

La costruzione principale sorgeva su una terrazza sostenuta da un muro di terrazzamento contraffortato da pilastri, un’altro muro con 9 esedre si estendeva ad occidente.

Il lungo uso durante il medioevo dello stabilimento ha alterato l’impianto originale.

Tra i reperti rinvenuti , elevata importanza ha la statua della Venere marina, oggi conservata nello stabilimento termale nuovo.

Posillipo

Sommersi nel mare , a causa del bradisismo resi inaccessibili sono, i ruderi delle ville che a partire dal I secolo si impiantarono alle pendici della collina di Posillipo.

Nei pressi della Gaiola sono stati rinvenuti resti di un Odeion.

I monumenti ritrovati in zona confermano che la collina era considerata una magnificenza , soprattutto grazie alla straordinaria veduta che permette di ammirare il golfo.

La villa più celebre è quella di Vedio Pollione , un complesso chiamato pausilypon.

Inoltre è possibile osservare ed ancora oggi attraversare la grotta di Seiano , un passaggio lungo 800m che attraversa la collina e raggiunge la zona di Coroglio.

Grotta di Seiano

Grotta di Seiano

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Sannitizzazione e Romanizzazione

I Sanniti erano un popolo di stirpe Sabellica che si spostava tra le valli del fiume Volturno e del fiume Calore.

Soppiantarono gli Etruschi nel dominio della Campania interna, nel 421 conquistarono Cuma e Dicearchia (attuale Pozzuoli) , mentre Napoli riuscì ad evitare l’occupazione militare.

L’espansionismo Sannitico si scontrò con quello Romano che allo stesso modo mirava alla conquista di Napoli, in quanto importantissimo porto del mediterraneo.

Nello scontro tra Sanniti e Romani , Cuma si schierò con Roma, ( ottenendo nel 338 la cittadinanza romana senza però, la possibilità di votare. ) Napoli invece rimase filo-Sannitica e alla fine del conflitto , in seguito alla vittoria dei Romani, nel 326 fu occupata militarmente.

Alla fine dello scontro, l’intera area flegrea era nelle mani dei Romani.

Napoli riuscì a “barattare” la propia autonomia con la promessa di fornire la propria flotta in caso di necessità, all’impero Romano.

Nel 264 i Romani intrapresero la spedizione di Sicilia e Napoli dovette rimanere fedele al patto stipulato in precedenza.

Da questa collaborazione Napoli ne uscì avvantaggiata riuscendo ad intrattenere rapporti commerciali lì dove la forte penetrazione militare Romana apriva varchi!

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Na voce, na chitarra e ‘o pocco ‘e luna

(C.A. Rossi – E. Calise)

Na voce, na chitarra e ‘o ppoco ‘e luna…
e che vuó’ cchiù pe’ fá na serenata!?

Pe’ suspirá, d’ammore, chianu chiano,
parole doce, pe’ na ‘nnammurata…

“Te voglio bene…tantu tantu bene…
luntano ‘a te nun pòzzo cchiù campá…..”

Na voce, na chitarra e ‘o ppoco ‘e luna…
e comm’è doce chesta serenata…

‘A vocca toja s’accosta cchiù vicina
e tu t’astrigne a me cchiù appassiunata…

Cu na chitarra e nu felillo ‘e voce,
cu te vicino, canto e só’ felice…

“Ammore,
nun pòzzo cchiù scurdarme ‘e te…”

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‘O marenariello

(G. Ottaviano – S. Gambardella – 1893)

Oje né’, fa’ priesto viene!
nun mme fá spantecá…
ca pure ‘a rezza vène
ch’a mare stó’ a mená…

Méh, stienne sti bbraccelle,
ajutame a tirá…
ca stu marenariello
te vò’ sempe abbracciá.

Vicin’ô mare,
facimmo ‘ammore,
a core a core,
pe’ nce spassá…

Só’ marenaro
e tiro ‘a rezza:
ma, pallerezza,
stóngo a murí…

Vide ca sbatte ll’onna
comm’a stu core ccá;
de lacreme te ‘nfonne
ca ‘o faje annammurá…

Viene, ‘nterr’a ‘sta rena
nce avimma recrijá;
che scenne la serena…
io po’ stóngo a cantá.

Vicin’ô mare,
facimmo ‘ammore,
a core a core,
pe’ nce spassá…

Oje né’, io tiro ‘a rezza
e tu statte a guardá…
li pisce, pa prijezza,
comme stanno a zumpá!…

E vide, pure ‘e stelle
tu faje annammurá…
ca stu marenariello,
tu faje suspirá…

Vicin’ô mare,
facimmo ‘ammore,
a core a core,
pe’ nce spassá…

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Oilì, Oilà

(S. Di Giacomo – P.M. Costa, 1885)
 
Carmè’, quanno te veco,
Carmè’, quanno te veco,
Carmè’, quanno te veco,
mme sbatte ‘o core…

Dimméllo tu ch’è chesto,
dimméllo tu ch’è chesto,
dimméllo tu ch’è chesto,
si nun è ammore?

Chest’è ammore,
oilí – oilá!
e dincello a mamma toja
si te vò’ fá mmaretá…

Chest’è ammore,
oilí – oilá!
e dincello a mamma toja
si te vò’ fá mmaretá…

Carmè’, dincello…
Nu bellu maretiello
è sempe buono…
Si no tu rieste sola,
sola, sola, e llariulá…
‘a veritá, nce vò’ na cumpagnia,
tricche – tricche, e llariulá…
tricche – tricche, e llariulá…

Comm’acqua a la funtana,
comm’acqua a la funtana,
comm’acqua a la funtana,
ca nun se secca…

Ll’ammore è na catena,
ll’ammore è na catena,
ll’ammore è na catena,
ca nun se spezza…

Nun se spezza…
oilí – oilá!
si se spezza…bonasera,
nun se pò cchiù ‘ncatená!

Nun se spezza…
oilí – oilá!
si se spezza…bonasera,
nun se pò cchiù ‘ncatená!

Carmè’ tu ‘o ssiente?
Nu bellu maretiello è sempe buono…
si no tu rieste sola,
sola, sola, e llariulá…
‘a veritá, nce vò’ na cumpagnia,
tricche – tricche e llariulá!
tricche – tricche e llariulá!

Stu core aggio perduto,
stu core aggio perduto,
stu core aggio perduto,
‘mmiez’a na via…

Tu certo ll’hê truvato,
tu certo ll’hê truvato,
tu certo ll’hê truvato,
bellezza mia…

Ll’hê truvato…
oilí – oilá!
ll’hê truvato e ll’annascunne…
ma vengh’io pe’ mmo pigliá!

Ll’hê truvato…
oilí – oilá!
ll’hê truvato e ll’annascunne…
ma vengh’io pe’ mmo pigliá!

Carmè’, dancíllo!
Nu bellu maretiello
è sempe buono…
si no tu rieste sola,
sola, sola, e llariulá…
‘a veritá, nce vò’ na cumpagnia,

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Pusilleco addiruso

(E.Murolo – S.Gambardella)

‘Ncoppo Capo ‘e Pusilleco addiruso,
addó’ stu core se n’è ghiuto ‘e casa,
ce sta nu pergulato d’uva rosa…
e nu barcone cu ‘e mellune appise.
…’Ncopp
o Capo ‘e Pusìlleco addiruso.

E nu canario, canta na canzone
‘a dint’a na cajola, appesa fore…
E ll’èllera, s’attacca a stu barcone,
comme nce s’è attaccato chistu core…

Quanno ‘o sole po monte se n’è sciso,
chest’aria fresca se fa cchiù addirosa,
e torna da ‘a fatica Angelarosa,
cu ‘o fascio ‘e ll’erba aret’ê spalle appiso…
…Quanno ‘o sole p
o monte se n’è sciso!

Stámmoce attiente a ‘o segno cunvenuto:
– Barcone apierto: Ce sta ancora ‘o frato
– Perziana scesa: ‘O frato se n’è asciuto…
e ‘appuntamento è sotto ‘o pergulato!…

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