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Il Pio Monte della Misericordia – 7 opere di misericordia

Il Pio Monte della Misericordia è un’associazione di beneficenza fondata nel 1601 affidata ad una serie di aristocratici. Per potervi accedere era necessario avere quattro quarti di nobiltà.

Tutto ha inizio nel 1600 dai figli cadetti (non primogeniti) che inventano una nuova forma di assistenza pubblica all’interno del governo Cittadino, in un periodo in cui il vice regno poco aiutava il popolo.

Durante la peste sel 1646 a Napoli morirono 5000 persone al giorno, e non riuscendo a seppellire tutti i corpi, questi rimanevano in strada.

La nobiltà napoletana inventò un Sistema politico assistenziale sotto il segno della religione, della Madonna e della Misericordia.

I giovani nobili iniziarono a riunirsi presso l’ospedale degli incurabili, fornendo la loro prima assistenza ai malati (chiamati: pezzentissimi).

Inventarono un Sistema di questua pubblica, raccoglievano monete da spendere nell’assistenza ai bisognosi, così facendo riuscirono a compiere opere pubbliche di beneficenza di valore sempre maggiore.

(complice anche l’effetto della controriforma luterana e l’incameramento dei beni per eredità)

Molte persone in punto di morte donarono il proprio patrimonio storico artistico con la volontà che questo fosse messo all’asta e che con il ricavato fossero fatte opera di beneficenza .

Particolarmente importante è l’azione di dare assistenza ai vergognosi (termine del 500/600 che indicava coloro che erano nobili e in seguito all’impoverimento si vergognavano della loro condizione) finanziando gli studi di ragazi poco agiatai che mostravano spiccate attitudini.

Al pio monte della Misericordia appartiene anche il complesso termale di Casamicciola (ischia) e una casa di riposo a Bacoli. Il ricavato di queste due strutture va reinvestito in attività di beneficenza di opere corporali (dar da bere agli assetati, liberare gli schiavi, seppellire I morti, visitare I carcerati) in quanto essendo un’associazione di ispirazione religiosa ma non ecclesiastica lasciano che siano gli enti religiosi ad occuparsi di attività spirituali.

Dato il gran numero di opere, nel 1600 commissionarono una nuova Chiesa all’architeto Picchiati, che la concepì esattamente come la vediamo oggi.

Lo stile architettonico è chiaramente successivo al dipinto delle sette opera di Misericordia, in quanto l’edificio fu voluto in funzione del quadro.

Il dipinto era già in loro possesso nella vecchia sede ma essendo il più bel Quadro della collezione hanno ritenuto giusto costruire una Chiesa per poterlo ospitare.

Il Quadro fu pagato 400 ducati che sono più di di tutto quello che incassaro tutti gli altri pittori per le altere opere  ospitate nella cappella.

Nel 1606 dopo apena pochi anni dalla sua realizzazione il quadro fu valutato oltre 2000 ducati, ma l’offerta fu rifiutata in quanto il rapido aumento di valore dell’opera fece si che i proprietari lo ritenessero invendibile e dato il valore inestimabile con un atto decisero che l’opera non avrebbe ma dovuto lasciare quel luogo.

Caravaggio venne a Napoli due volte, una prima in cui realizzò le sette opera di Misericordia e un anno prima di morie dove realizza la flagellazione. (dipinto che troviamo al museo di Capodimonte)

A Caravaggio viene chiesto di Raffigurare in un solo quadro tutte e sette le opera di misericordia, guardandolo frontalmente potremo osservare a destra “seppellire i morti” raffigurato con la pianta dei piedi di un cadavere con accompagnatori a seguito, che spunta da un vicolo tipicamente napoletano. Ancora a destra troviamo “visitare i carcerati e dare da mangiare agli affamati” Caravaggio rappresenta queste due opera di Misericordia raffigurando la grata di un carcere da cui si sporge il volto di un uomo anziano al quale una fanciulla offre il seno. La più classica raffigurazione della carità romana che si rifà alla storia di Cimone e Pero. (una fanciulla che tenta di salvare il padre ingiustamente carcerato allattandolo al seno)

A sinistra troviamo un nobile con il cappello piumato che con la spade si accinge a tagliare in due il mantello per darlo ad un povero, in questo modo Caravaggio ha rappresentato l’opera di “vestire gli ignudi” rifacendosi alla storia di S.Martino che divide in due il mantello per poter vestire un povero.

A sinistra troviamo un profilo con lo sguardo ombreggiato da un cappello ornato da una conchiglia.

La conchiglia è il simbolo dei Pellegrini ( bastone e conchiglia = S.Cristoforo) con la rappresentazione di quest uomo Caravaggio esprime l’opera di ospitare I Pellegrini (viandanti).

Vicino troviamo un uomo che beve dalla mascella d’asino evidente riferimento alla storia di Sansone e i Filistei. (quando Sansone combattè i filistei, spossato, si rifocillò bevendo dalla mascella di un asino) così facendo riuscì a dare anche una veste biblica al quadro rappresentado l’opera di dare da bere agli assetati.

Sull’estrema sinistra troviamo ritratto l’oste della locanda del Cerriglio, locanda dove Caravaggio era solito cibarsi. Inserendo la figura dell’oste Caravaggio intende rafforzare l’opera di dare da mangiare agli affamati.

L’opera di Caravaggio è stata sottoposta a radiografia per capire come Caravaggio lavorasse. Il dipinto non nasce di getto ma è frutto di un intenso lavoro.

Dalle radiografie risulta che Caravaggio inizialmente avesse completamente omesso la Madonna con il bambino ma si fosse limitato a riempire quell’area del quadro con una giravolta (voltatella) di angeli.

La mano dell’angelo risulta arrossata in quanto il modello era in posa su uno sgabello e l’afflusso del sangue gli aveva arrossato il polso.

Così facendo Caravaggio non rinuncia all’aspetto naturalistico, lasciandogli forma e concretezza, rinunciando all’iconografia tradizionale degli angeli.

Anche le ali non risultano essere evanescenti bensi’ concrete, fatte di piume che mandano la loro ombra sulla parete della prigione.

L’illuminazione è influenzata dalle convinzioni tardo cinquecentesche su cui Caravaggio si è formato.

Solitamente il personaggio principale era messo in luce, Caravaggio abolisce questa regola e illumina il quadro con una luce scientifica, una luce galileiana che non sta dalla parte della Chiesa che invece chiede una pittura didascalica di facile comprensione.

La lusce scelta non mette enfasi, è una luce naturale che cade su quello che capita senza fare nessuna selezione artificiosa.

Questo suo modo particolare di dipingere ha creato non pochi problemi a Caravaggio i cui quadri spesso sono stati rifiutati o tolti dalle chiese ( es: Vocazione di S. Matteo)

Il pio monte della Misericordia invece essendo un’associazione di vocazione Cattolica ma laica addirittura costruisce una cappella affinché il quadro possa esprimere la sua massima bellezza.

Caravage -sept œuvres de miséricorde

Caravage -sept œuvres de miséricorde

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Gestualità

Osservando un napoletano, attraverso il movimento del corpo, è possibile anche da lontano, capire il tema di una discussione.

Alcuni movimenti della mano per esempio sono usati da secoli,diventando una comune forma di comunicazione simbolica.

Per il napoletano, il gesto è un modo di esprimersi, un  modo per arricchire il discorso, per essere sicuro che l’interlocutore afferri il senso delle parole.
Non è facile capire il motivo di tale comportamento, come esso si perde nella notte dei tempi, e per capire da dove deriva occorre conoscere la storia culturale e sociale di questo popolo.

In questa sezione scopriremo questo tipo di comunicazione e analizzeremo i singoli gesti, risalendo alle origini e al perchè di tali movimenti.

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Il fantasma della bella Bianca

 Racconto di tradizione popolare

Tra le belle balaustre dello scalone di palazzo Spinelli di Laurino, posto in via dei Tribunali, c’è chi giura di vedere spesso il fantasma della bella Bianca.

Orfana, cresciuta tra le sale del palazzo, bianca fu assegnata come damigella a LorenzaSpinelli, nuora del principe. Questa era una donna perfida e prepotante , tanto che il marito, pur di starle lontano per qualche tempo decise di andarsene in guerra.

Entrato nelle stanze della moglie per salutarla, come al solito si sentì rispondere sgarbatamente. Seccato, il marito girò le spalle per andarsene ma propio in quel momento il suo sguardo incontò nello specchio lo sguardo mortificato della buona e bella Bianca che stava pettinando la signora, mortificata per l’accaduto.

Era uno sguardo del tutto innocente, ma la malvagia signora, alla quale non era sfuggita quell’intesa di occhi la pensò diversamente.

Il marito non era ancora in fondo alla strada che fece entrare bianca in un vano del muro della sua stanza e le fec inalzare davanto una parete di mattoni.

la povera ragazza non si poté difendere in alcun modo,disse soltanto:” famme pure murà viva, ma in allegrezza o in grandezza tu me viderraje”. Si racconta, infatti, che il suo fantasma compariva molto spesso in quel parazzo all’uno o all’altro degli Spinelli, sempre tre giorni prima che alla famiglia accadesse un fatto lieto o una sventura.

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Il Fantasma e la berretta

racconto del 1700

Poco lontano dalle catacombe di S.Gennaro a Capodimonte c’era un’osteria.

Una sera arrivarono presso il l’ovale due viaggiattori.

chiacchierando con una bella ragazza che li serviva, presero a parlare di morti e delle loro apparizioni; la ragazza disse di non avere alcuna paura, tanto è vero che – disse – mentre nessuno sarebbe andato a quell’ora ad attingere acqua presso il bosco, perchési doveva passare davanti al cimitero, lei ci sarebbe andata subito.

Detto fatto , prese il secchio e si avviò, passando davanti all’ingresso delle grotte vide nel mezzo, seduto su una pietra sepolcrale, un vecchio dalla lunga barba bianca, con un berrettorosso in testa .

la ragazza lo scambiò per lo stalliere dell’osteria, gli si avvicinò e gli tolse di capo il berretto dicendo:” te lo renderò poi a casa.” Tornando seppe che lo stalliere non si era mai mosso e infatti, aveva in testa la sua berretta rossa.

A notte la ragazza salì in camera portando con se il copricapo del vecchio misterioso;

a mezzanotte in punto sentì picchiare alla porta e una voce fioca disse:” Dammi la mia berretta, dammi la mia berretta”. LA giovane aprì, ma non vide nessuno, tentò allora di gettare la berretta rossa dalla finestra, ma quella tornò sempre indietro.

Per molte notti lo spirito tornò a bussare alla stanza e infine la ragazza andò a confidarsi con il parroco, che decide di fare una grande processione.

la sera dei morti infatti, un grande corteo composto dalla gente dei casali vicini, con croci, immagini di santi e ceri si recò alle catacombedi S.Gennaro.

il vecchio er seduto sulla pietra sepolcrale a capo scoperto, tra un fumare di incensi al suono dei cantici, la ragazza coraggiosa gli si avvicinò, e gli pose in capo il tanto desiderato copricapo.

La pietra del sepolcro allora si spalacnò con un rombo di tuono e l’uomo vi sprofondò.

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Il sarto che odiava Re Alfonso

 Racconto di tradizione popolare

Viveva a Napoli, nella prima metà del 400, un sarto di nome Francesco.

Nello scontro tra Aragonesi e Angioini aveva sceltogli Angioini e parteggiava per lo sconfitto re Renato.

astro Francesco ( così si chiamava ) era considerato un capo popolo e non perdeva occasione per sparlare degli spagnoli e difendere i francesi.

Odiava tanto Alfonso che non si preoccupava di manifestarlo pubblicamente.

tutto ciò venne riferito al sovrano che, per sua conoscenza e per suodivertimento, volle poter udire personalemente gli insulti del sarto.

Decise di uscire a cavallo fra la gente, girando fra le strade della città, capitò dov’era mastro Francesco, il quale non si stancava di insultarlo.

Alfonso, che sapeva trattarsi del sarto stette attento a quanto quello andava dicendo al suo passaggio. ” E come sei bravo a cavallo”, disse a voce un poco alta. ” quanta superbia e quanta arroganza hai.Vedrai che durerà poco, perché verrà Re Renato e ti caccerà via.”

Il Re dopo questo episodio mandò a chiamare Mastro Francesco.

Il sarto, Che forse era più bravo a parlare che ad agire, cominciò a tremare di paura.

Già si immaginava impiccato ad una corda nella pubblica piazza, tanto che pensò di far testamento edi affidare alla moglie , i figli e tutte le sue cose.

Si recò al palazzo dove fu accolto con cortesia , inchini e riverenze da dignitari e funzionari.

Poi, giunto al cospetto del Re, rimase ancora più stupito dall’accoglienza che gli fece il sovrano e dalla sua gentilezza.

“Mi servirò della tua arte”, gli disse Alfonso, ” e dei tuoi servigi, perché so quanto tu mi sei legato e come parli bene di me”.

Francesco a queste parole si spaventò ancora di più credendo che il Re volesse prendersi gioco di lui prima di condannarlo a morte.

Alfonso continuò s questo tono e prima di licenziarlo gli regalò un sacchetto di scudi d’oro per la sua famiglia e i suoi bisogni.

Ancora esterrefatto Francesco tornò a casa, raccontò ogni cosa alla moglie elogiando il Re spagnolo, lodandolo e modficando totalmente l’opinione che avev avuto di lui fino a poco tempo prima.

Questo è solo uno degli episodi tramandati su alfonso d’aragona .

pare che egli fosse un dovrano benevolo con i napoletani: una strategia studiata apposta per non accrescere l’amore che essi provavano per i francesi.

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Un’Antica Superstizione

Racconto di tradizione popolare

Nel 1500 esisteva a Napoli, nell’attuale Piazza Ottocalli, una chiesa dedicata ai santi Giovanni e Paolo.

La strada era larga e priva di costruzioni o abitazioni.

Nel mezzo della strada e proprio davanti alla chiesa, si trovava una colonna di marmo di cui nessuno conosceva il significato ne l’origine.

Un significato, però, glielo dette la gente del posto, che , sostenuta dal parroco, attribuì alla colonna uno speciale potere: quello di provocare la pioggia o il bel tempo a seconda delle esigenze e delle richieste del popolo.

Una superstizione, che però andò avanti per parecchio finché l’arcivescovo Annibale di Capua la vietò con un provvedimento del 1590 e fece addirittura demolire ed eliminare la colonna impedendo qualsiasi possibilità di rinascita dell’incredibile superstizione.

questa l’usanza dei napoletani. Quando i contadini desideravano il sole per i loro campi e il tempo, invece, non era al bello, si recavano dal parroco della chiesa di S.Giovanni e Paolo e gli chiedevano di organizzare una processione votiva per ottenere la grazia dal cielo.

Allora il parroco con tutto il suo seguito e la cittadinanza appresso, girava dal lato destro della colonna e si fermava a pregare.

Poco dopo il cielo si rasserenava, le nuvole sparivano e un bel sole brillava nel cielo con grande gaudio dei napoletani.

Se invece la richiesta era di pioggia perché il troppo caldo rovinava le colture, la processione si muoveva in senso opposto, girava, cioè, dal lato sinistro della colona verso il mare, recitava l’orazione prevista, e subito dopo pioveva a dirotto.

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Il Miracoloso salvataggio di Costantino

Racconto di tradizione popolare.

Re Costantino stava tornando a Roma con la figlia Costanza e la nipote Patrizia, quando la sua nave fu colpita da una violenta tempesta.

Il re allora promise a Dio che, se si fossero salvati dal naufragio avrebbe fatto edificare a Napoli una chiesa a S.Giovanni Battista.

Le due donne invece, pregarono S.Lucia perché le salvasse dal pericolo e facesse rientrare la nave in porto senza incidenti.

Con le preghiere la giovane Costanza fece un solenne voto alla santa cui era devora:

se fossero rientrati senza pericolo avrebbe destinato alla costruzione della chiesa voluta dal padre una sua somma personale di denaro.

Dio ascoltò le loro invocazione e li fece approdare a Napoli tranquillamente.

Re Costantino e sua figlia Costanza dettero subito il via ai lavori per mantenere fede alla promessa e al voto.

La chiesa fu in seguito arricchita di dipinti e oggetti preziosi e divenne centro dei culti di S.Giovanni a giungo e S.Lucia a dicembre.

La chiesa di S.Giovanni Maggiore sorge nel centro storico di Napoli , tra le quattro maggiori parrocchie della città.

Fù edificata al posto di un tempio pagano dedicato ad Antinoo dall’imperatore Adriano.

Subì numerose modifiche e restauri, e nel 1685 assunse la forma definitiva.

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Sorella Solfatara

 Nicolò Lombardo, La Ciucceide, 1724
 
Sappiate dunque, che in questa montagna,
dove entreremo, ci sta un Orco.
Questo non scende mai per questa campagna,
ma resta sempre chiuso là, come un porco.
E che cosa mangia là dentro?Che mangia?
Mangia pietre, schifzze. Com’è sporco!
Mangia oro, piombo, argento!
 
Si chiama il Vesuvio ed ha una sorella,
anche lei un’orca e si chiama Solfatara,
che sta poco lontano, e uscirono fuori
tutti e due da un ventre; e cosa rara,
come sono tutti e due di uno stesso amore.
Se quella è allegra, si rischiara
la faccia di quest’altro; ma se questo
si infuria, quella comincia ad agitarsi
 
Se questo sfumacchia, quella fuma;
se quella ha fame, questo ne ha desiderio.
Beve questo? Quell’altro prende l’acqua.
Quella cammina, questo alza la gamba.
Quella sta con la faccia da infedele?
E questo esplode e ti fa chiamare mamma.
Insomma, se quella ride, ride questo;
Se questo piange, piangere la vedi.
 
Una cosa soltanto ha questo che non ha quella;
e si vede che questo è corpulento
e quella accanto a questo è un’alicella.
Questo fa certe cose più sporche,
perché è solito soffrire si cacarella;
e qualche volta vomita per niente;
e quando lo vuole fare, davanti alla bocca
sale per questa montagna e te l’abbocca.
 
 
 
 
 
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La magia del vulcano

 racconto orale del 1800

Un giorno si presentò al Vesuvio un uomo di nome Mauro con un volto nero come la notte e chiese alla magia del vulcano di essere trasformato in un uomo normale.

la sua preghiera fu esaudita. All’improvviso comparve un’Angelo che lo portò nell’area del cratere e soffiandogli sul viso gli fece la pelle bianca come la neve.

Così i due crateri furono chiamati Angelo e Mauro.

Ma non tutte le storie del vulcano finiscono bene: quando un malvagio monaco invocò il Vesuvio chiedendogli aiuto per attuare un suo cattivo disegno, la montagna si sdegnò cacciando dal cratere una colonna di fuoco e mandando giù un cavallo magico con gli occhi di fiamma e la crinieria di serpente.

L’animale rincorse ilmonaco e quando lo raggiunse battè con lo zoccolo sul terreno che si aprì ingoiando il malvagio.

Quei luoghi furono poi chiamati “Atrio del Cavallo” e “Monaco”.

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La maga del Vesuvio

racconto orale, riferito all’eruzione del 1858

Si racconta che dopo un’eruzione del Vesuvio che aveva riempito di lava il fosso grande, in una notte del mese di novembre un’urlo straziante e disumano aveva svegliato gli abitantiMaga della zona.

L’urlo fu sentito anche nelle notti seguenti creando il terrore tra la gente.

i contadini si armarono di roncole e di fucili e all’alba partirono per una perlustrazione alla ricerca dell’origine dello spaventoso grido.

Batterono il terreno palmo a palmo, ma non trovarono nulla.

Nessuno sapeva dare una spiegazione e tutti avevano paura.

Fu così che, mentre si interrogavano sul da farsi, ci fu chi suggerì di rivolgersi alla “vecchia’e Mattavona”, una fattucchiera che abitava alle falde del Vesuvio.

Detto fatto, i contadini andarono in processione dalla megera. La vecchia si recò sul posto e pronunciò alcune incomprensibili formule magiche. Da allora l’urlo scomparve e i contadini ripresero a dormire di notte.

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